Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

febbraio 2007

"IO PERDONO DIO NO" (terza puntata)

Dal mio fornito schedario saltò fuori un nome: John Di Stefano, anch'egli italo-americano, anch'egli fu ricercato per molto tempo ed era ora al fresco nel gelido carcere di Capracaz: 99,8 probabilità su cento di uscirne, ma solo con i piedi avanti.
Le sue incriminazioni: oltraggio al pudore, reati contro il patrimonio, stupro, sfruttamento della prostituzione ed altre bazzecole.
Da lui in un drammatico incontro, in un'assolata mattinata di dicembre, venni a sapere interessanti cose.
Per anni con Vince Love aveva fatto coppia fissa d'affari.
Ma non ricordava quel periodo con piacere.
Infatti proprio John spesso aveva fatto le spese di quei loschi traffici.
Ma a parte questo venne fuori che il Love era un professionista dell'accattonaggio, con una tecnica melliflua ed al tempo stesso aggressiva: da pittima insopportabile.
Così anche lui aveva cominciato ai tempi in cui il Love viveva di espedienti, rabbia e violenza.
Vince Love non stava in niente, ma sapeva tutto.
Seguii la pista romana suggeritami dal Di Stefano.
Anche lì trovai una mirabile rete di suoi scagnozzi che ad ogni fine mese dovevano consegnare a mezzo assegno bancario circolare a nome Love ed in una banca svizzera quello che tutti definivano come "il raccolto".
Cercai anche di saperne di più sul suo carattere per poterlo così mettere spalle al muro anche emotivamente e trovare piste maggiormente battibili.
Ad Amsterdam seppi delle sue sbornie colossali, ma un po' tutti ci ridevano su, visto che destava la simpatia di un alcolista gaudente, per il piacere di farlo, e non il disprezzo nutrito verso chi beve per dipendenza.
Ma dietro il rutilante luccichio del bicchiere veniva lo stesso fuori lo sporco di attività illecite e sordide.
A Parigi, in un bordello di infimo ordine, seppi da una vecchia e grassa tenutaria altre cosucce che mi rivelò mentre addentava un panino al salame.
Vince era uno dei clienti più affezionati.
Preferiva le brune, pettorute e dai fianchi larghi e con gli occhi dolci.
Ma anche nella conquista di donne non di vita aveva fretta e non perdeva tempo: uno sguardo concupiscente, un sorriso disarmante, le mani addosso e 9 volte su 10 non rifiutavano questo satiro, questo bucaniere del sesso, che non ci metteva neanche un briciolo di sentimento a dispetto di un cognome così mal poortato.
Vince cominciava a diventarmi sempre più simpatico.
Il suo stile di vita mi affascinava e spesso sorridevo bonariamente di quelle sue "marachelle".
L'indagine pareva meno dura del previsto se non fosse stato per un particolare che mi faceva smorzare il sorriso troppo frettolosamente abbozzato

(fine terza puntata)

................continua...............................

" TOTO' TRUFFA"

Le pagine della cronaca che hanno come soggetto e oggetto i fruitori e i venditori di…salute mentale se da un lato mi rattristano, dall’altro mi rallegrano.
Mi intristiscono perché alle gioie ci puoi fare anche l’abitudine, al dolore mai.
Mi rallegrano perché da scadente meridionalista ho oramai la certezza che, come voleva Camillo Penso (ma non sono sicuro) conte di Cavour, l’Unità d’Italia s’è oramai compiuta: al di qua e al di là della linea gotica la burocratizzazione della professione d’aiuto s’è oramai realizzata.
Perché a Brescia sennò si comunicherebbe col paziente e con la sua famiglia a mezzo missiva (n.d.r: si veda http://www.aipsimed.org/?q=node/287) ?
Forse per lasciare una traccia medico-legale? Boh?
E il mio pensiero corre in automatico alla lettera che Totò dettava a uno sbuffante Peppino in “Totò, Peppino e la Malafemmina”.
Mentre per quel che concerne “i fantasmi dell’assistenza psichiatrica in Campania”, (n.d.r: si veda http://www.aipsimed.org/?q=node/285) altrettanto celermente vado a “Questi fantasmi” di Eduardo.
Mentre quando Luisa Bossa (n.d.r: si veda http://www.aipsimed.org/?q=node/286) richiede all’assessore Montemarano la carità di un “tavolo” di concertazione attorno a cui dibattere circa le politiche sanitarie riguardanti l’erogazione dell’assistenza psichiatrica alle persone affette da grave disagio psichico, il ricordo va subito a Totò che in “Miseria e nobiltà” danzando su analogo “tavolo” messo a disposizione dal padre di Sofia Loren si metteva in tasca manciate di spaghetti.
Se a nord come a sud d’Italia le famiglie sono dolorosamente sole nell’assistere i loro congiunti malati di mente, perché noi meridionali, ammalati da sempre di subalternità all’egemone padrone nordico, guardiamo sempre alla terra promessa che per molti è ancora invariabilmente sita nel nord-est d’Italia? C’è ancora convegni in giro in cui si mostra ad un pubblico di attoniti neuro-psichiatri “sudici” timidi e vergognosi qual verginelle, un medico o magari anche un operatore socio-sanitario (O.S.S.) che hanno entrambi l’unico merito di provenire da Trieste e ad un certo punto, generalmente nel momento di massimo ascolto, periodo che in genere viene subito dopo il coffee break e subito prima della pausa pranzo, il chairman commosso a quei due rivolto, tra le lacrime grida più forte del commento sul power point: “Voi due, rivelateci il Verbo dei vostri trattamenti”.
Ed uno di quei due con voce impostata su quella delle teste d’uovo della Stanford University candidamente afferma:
“Well… due fiale di Entumin in bolo unico”.
Bene, quei due mi fanno pensare a quegli ultimi due garibaldini oramai ottuagenari, rigorosamente in camicia rossa e fularino di analogo colore che, si dice, i politici facessero sfilare e per anni per le piazze delle città del Bel Paese dopo il 1870 al grido: “Loro hanno fatto l’Unità d’Italia”.
Di ciò non godo.
Spatuzzi

"IO PERDONO DIO NO" (seconda puntata)

........................................................
Sono ormai 72 ore che piove su questa maledettissima città della East Coast.
Malgrado l'ora legale la prigione di Headofbent appare come un sinistro maniero che digrigna perversamente i denti di metallo arruginito ogni volta che un lampo squarcia l'atmosfera molliccia e inzuppata d'acqua.
Già perchè sono più di 72 ore che piove su questa dannata città.
E' mezz'ora che sto qui ad infradiciarmi sotto la pensilina che non riesce a proteggermi il volto dalle frustate impazienti di questo che ormai è un uragano.
Il cappello calato sul capo e l'impermeabile alla Bogart sono fradici d'acqua.
Da buttare.
Ma va bene così.
Dei fari fendono la prematura notte, rendendo azzurrino il fumo di quest'ennesima Chesterfield incollata da sempre all'angolo sinistro di labbra troppo carnose.
Oggi non mi serve a nulla: non mi fa compagnia.
La butto via.
Gesto di stizza.
No, stai calmo.
E' finita porca puttana.
Il brutale Alexander Greek lo farà uscire alle 20.30 in punto.
Spero.
Questa carogna di un Direttore di Penitenziario che cela tutto il suo odio per la gente dietro una cristalleria ricoperta di tartaruga, non perderà certo l'occasione per prolungare a lui l'agonia e rendere a me difficile la vita.
Ho imparato a odiarlo e ne provo addirittura un sottile godimento libidinale.
Ghigno.
Chi sono?
Difficile dirlo.
La carta d'identità più verosimile dice: Enzo Spatootsie, Italia, professionista, 40 anni.
Portati un po' maluccio.
Sono noto come detective privato.
Riso amaro.
Detective intimo, dicono i mariti delle mie ex fiamme.
Risus sardonicus.
Dicono ancora che sono bravo.
Il più bravo.
Sono ricco e faccio questo sporco mestiere per voluttà accidiosa e senza licenza.
Ma mi faccio pagar bene, barche di denaro.
E' anche vero che non saprei far altro nell'attesa che passino i miei giorni e tiri le cuoia su questa terra con illacrimata perdita.
Questo incarico però non avrei voluto averlo.
Ma è finita, passata.
Già, passata.
Ore 19,30.
Continua a piovere.
Brivido di freddo.
Mi rimbocco più strettamente l'impermeabile e accendo un'altra Chesterfield.
Il mio uomo si chiama Vince Love.
E' italo-americano.
Ricordo perfettamente la prima volta che sentii pronunciare il suo nome.
Ne venivo da un'estenuante notte con Ginny, veneziana, bionda, serie A.
Proprio una Dio di stanga, con l'unico difetto di volerla comandare sempre lei, in ogni cosa.
Già pensavo a come scaricarla.
Senza rancore baby.
Stavo quindi per prender sonno, quando il telefono interrompe "Time is on my side" dei Rolling Stones.
Di mala voglia abbassai il volume dello stereo.
"Il capo ti vuol parlare domattina alle 9.00" mi dice in un inglese portoricanizzato una rauca voce a me fin troppo nota e riattacca senza aspettar risposta.
Il capo era lui: Guelph Peggyson.
Non poteva esser più fredda per me quella doccia scozzese.
Cosa vorrà da me quel bastardo?
Non ho più voglia alcuna di rincorrere i suoi deliri da cui sono uscito sempre con le ossa rotte.
Quella carogna, introvabile e pur sempre presente in ogni risvolto, incomprensibile, egoista, furbo.
Lo odiavo.
Non ci sarei andato.
L'indomani già attendevo da due ore che Peggyson mi ricevesse.
Intanto fumavo in una camera arredata in purissimo stile indiano, di un bianco abbagliante in un'atmosfera già satura di profumi per me nauseabondi.
Mi chiamò.
Ci andai.
Mi disse di fermarmi sulla porta.
Lui era stravaccato su una poltrona rischiarato dalla fiamma del camino e mi stava di spalle.
Nè mai si girò nel pur breve spazio del nostro incontro.
"Sul tavolo c'è la foto di Vince Love, 50 anni. E' più di 25 anni che le psicopolizie di tutto il mondo gli danno la caccia senza fortuna. I suoi reati sono molto vari. Attualmente vive da nababbo avendo impiantato un racket dell'accattonaggio che ha delle teste di ponte in quasi tutti i paesi del mondo. Tu devi scovarlo, abbatterne la rete e riportarlo nella prigione di Boston da cui entra ed esce a suo piacimento. La foto puoi tenerla. Sono certo che ce la farai. Ce l'hai sempre fatta. Sarai ricompensato adeguatamente. Ciao. Fila."
Queste furono le parole dell'individuo.
Rimasi con la foto in mano.
Lo spruzzo di un'auto in corsa mi spinge a vedere che sono le 19,35.
Molta acqua è passata sotto quei ponti.
Non sapevo che pesci prendere e da cosa incominciare.

.......(fine seconda puntata).......................

continua

Street Fighting Man

"QUESTA MONETA SERVONO...QUESTA MONETA SERVONO..."

In definitiva Spatuzzi a che ti serviva un blog?
Un blog, poi, che porta un nome e cognome pressoché sconosciuto ai più?
Non se ne poteva fare a meno?
Quale urgenza avevi?
A quale esigenza risponde?
Chiacchiere, sempre chiacchiere, solo chiacchiere…siamo stufi!

Se le ho scritte è come se fosse autocertificato che queste domande che sicuramente ognuno che legge si sta facendo le ho fatte, me le sono fatte io per primo.
Innanzitutto, come rispondevano ai giudici i nazisti, le S. S., nel corso del processo di Norimberga, risponderò “’a copp’ ‘a man’” (di rimando) che non mi ricordo.
Come successiva e ancor più vigliacca risposta dirò, sempre come quegli imputati di cui sopra, che non sono responsabile e che di questo sono stato comandato.
Da chi?
Ma dal boss, gerarca, autoritario, mascalzone e padrone: tal Nicola Gian Marco Ponsillo, giovane, più giovane, medico dei pazzi anch’egli, fantasioso creativo, la quintessenza dell’ultimo prodotto dell’evoluzione umana, l’ homo tecnologicus.
E’ lui che mi ha comandato di farlo.
Insomma me lo ha ordinato il medico.
Devo ammettere che oggi ci provo anche un gusto perverso, simile a un godimento non tanto sottile.
A mano a mano che passano i giorni sto trovando persino una ragione ultima che giustifichi questo impegno. Insomma un obiettivo.
La meta è la R I V O L U Z I O N E.
La rivoluzione del cuore contro la bastarda indifferenza.
La rivoluzione delle emozioni a scapito del “fottatenn’”, che te ne frega.
La rivoluzione di chi non vuole pensare più alla salute, ma vuole incuriosirsi, interessarsi all’umanità di cui ogni singola persona è portatore.
La rivoluzione dell’amore che non riescono a fare ‘e uagliun’ e le ‘uaglione di Napoli a cui “il perbenismo interessato” (F.Guccini) e la cazzimma di noi adulti (adulti?) lascia un’atmosfera, un territorio sterile in nome dell’amara considerazione che la felicità non esiste, quindi non ti sfiacchire neppure a cercarla.
E’ a voi ragazzi e ragazze, giovanotti e giovanotte, che questo BLOG si rivolge, affinché un domani qualche sopravvissuto non debba iniziare il racconto del suo passato dicendo: “Tutti morimmo a stento…”

Spatuzzi scripsit per sé e per i suoi

P.S.Non si augura una “buona lettura”, ma una partecipe e dilaniante emozione.

"Simpathy for the devil" (compassione per il diavolo)

Giovanni (Eva ha fatto sgamare almeno il nome di battesimo se non è uno posticcio) sono anch’io costretto a farti delle scuse (si veda l'articolo "Abuso Psichiatrico" al link http://www.aipsimed.org/?q=node/280 ,N.d.R.) ma non come rappresentante del sistema degli shrink (strizzacervelli), bensì come rappresentante del genere umano che vuole ritenersi civile e che questi episodi li deve con rabbia stigmatizzare acchè non accadano mai più, oltre che per tenere sempre viva la speranza che almeno qualcuno s’indigni ancora nel vedere uomini che operino violenza su un loro simile né più né meno come avveniva all’interno delle mura maestre del manicomio.
Ciò contritamente premesso, dovremo anche legger dietro gli episodi pur gravissimi.
Ciò che aleggia dietro interventi urgenti operando sulle emergenze è, spesso, un non detto che, quale un convitato di pietra, vi presenzia e comunque aleggia: ed è la paura.
Innanzitutto quella relativa al compito.
Riuscirò io che pure faccio turni e guardie dal 1981 e non si vede la fine ad esser utile ed efficace nel portare quanto meno soccorso in una problematica così conflittuale e ad una persona il cui disagio affonda le sue radici in un humus di cui solo San Pio è a conoscenza al di là delle teorizzazioni e delle ideologie più o meno alla moda in voga nei vari periodi che ho attraversato?
Malgrado tutto l’esperienza non mi conforta affatto e l’empirismo in quei pericolosi frangenti è una parola assai vuota di senso e tale che, anche oggi a 52 anni suonati, mi reputo inesperto e vieppiù mi sento preso dai turchi laddove non opero a Stoccolma o in un asettico luogo preposto ed attrezzato per affrontare la crisi. Attenzione sto parlando di me e queste considerazioni potete pure non esportarle od attribuirvele per niente.
Spesso sbuffando (è anche dispnea), vista l’età dei collaboratori infermieri\infermiere, si sale al quinto piano di un palazzo invariabilemte senza ascensore, e quei poveri madonna, come me, come il paziente, come i suoi familiari, come i vigili urbani del pronto intervento e quei tanto vituperati “mastogiorgi” per i quali oggi qualche lancia in favore dovrò pur spezzare, non devono solo appoggiare il fagiolo sotto l’orecchio per un intervento dell’otorinolaringoiatra, ma
1: salvare la vita al paziente;
2: sedargli la dolorosissima angoscia;
3: tentare di capirci qualcosa in una situazione tanto intricata;
4: non andare in galera sotto il giudizio di qualche magistrato d’assalto;
5: primum non nocere;
6: porre le basi per un contatto e rapporto futuro;
6: non cronicizzare;
7: non fare iniziare una carriera da ammalato all’oggetto dell’intervento;
8: pensare ai figli a casa visto che una persona affetta da grave disagio psicologico molto spesso non è in grado di controllare non solo i suoi pensieri, ma anche i suoi agiti
Questi sono i primi numeri di una classifica di operazioni che giocano un ruolo nel corso di un intervento urgente ed in emergenza, ma se ne accettano altri che chiunque viva queste realtà potrà facilmente aggiungere e da se stesso.
Senza contare che in quel frangente, ma anche in quel confuso trambusto, ognuno di noi sa che deve esser delicato e contattare la persona che ci sta davanti con estremo…tatto.
Insomma Giovanni perdonaci ancora e non so se potrai mai farlo appieno, io certamente no. Tuttavia facciamo riflessioni ad alta voce su determinati accadimenti non per giustificarli, ma per “cum e praenderli”, comprenderli, altrimenti se trattatavasi solo di acting out messi in atto paradossalmente in modo violento per portare…soccorso, io, Spatuzzi, non potrò fare altro che dimettermi non solo dalla psichiatria, ma dal genere umano.
Oltre a tutto mi mancano molti elementi, Giovanni, per poter accettare persino che la cosa sia andata proprio in quella maniera disgraziata.
Buona fortuna a te e a tutti.
Enzo Spatuzzi

"IO PERDONO DIO NO" (seconda puntata)

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Sono ormai 72 ore che piove su questa maledettissima città della East Coast.
Malgrado l'ora legale la prigione di Headofbent appare come un sinistro maniero che digrigna perversamente i denti di metallo arruginito ogni volta che un lampo squarcia l'atmosfera molliccia e inzuppata d'acqua.
Già perchè sono più di 72 ore che piove su questa dannata città.
E' mezz'ora che sto qui ad infradiciarmi sotto la pensilina che non riesce a proteggermi il volto dalle frustate impazienti di questo che ormai è un uragano.
Il cappello calato sul capo e l'impermeabile alla Bogart sono fradici d'acqua.
Da buttare.
Ma va bene così.
Dei fari fendono la prematura notte, rendendo azzurrino il fumo di quest'ennesima Chesterfield incollata da sempre all'angolo sinistro di labbra troppo carnose.
Oggi non mi serve a nulla: non mi fa compagnia.
La butto via.
Gesto di stizza.
No, stai calmo.
E' finita porca puttana.
Il brutale Alexander Greek lo farà uscire alle 20.30 in punto.
Spero.
Questa carogna di un Direttore di Penitenziario che cela tutto il suo odio per la gente dietro una cristalleria ricoperta di tartaruga, non perderà certo l'occasione per prolungare a lui l'agonia e rendere a me difficile la vita.
Ho imparato a odiarlo e ne provo addirittura un sottile godimento libidinale.
Ghigno.
Chi sono?
Difficile dirlo.
La carta d'identità più verosimile dice: Enzo Spatootsie, Italia, professionista, 40 anni.
Portati un po' maluccio.
Sono noto come detective privato.
Riso amaro.
Detective intimo, dicono i mariti delle mie ex fiamme.
Risus sardonicus.
Dicono ancora che sono bravo.
Il più bravo.
Sono ricco e faccio questo sporco mestiere per voluttà accidiosa e senza licenza.
Ma mi faccio pagar bene, barche di denaro.
E' anche vero che non saprei far altro nell'attesa che passino i miei giorni e tiri le cuoia su questa terra con illacrimata perdita.
Questo incarico però non avrei voluto averlo.
Ma è finita, passata.
Già, passata.
Ore 19,30.
Continua a piovere.
Brivido di freddo.
Mi rimbocco più strettamente l'impermeabile e accendo un'altra Chesterfield.
Il mio uomo si chiama Vince Love.
E' italo-americano.
Ricordo perfettamente la prima volta che sentii pronunciare il suo nome.
Ne venivo da un'estenuante notte con Ginny, veneziana, bionda, serie A.
Proprio una Dio di stanga, con l'unico difetto di volerla comandare sempre lei, in ogni cosa.
Già pensavo a come scaricarla.
Senza rancore baby.
Stavo quindi per prender sonno, quando il telefono interrompe "Time is on my side" dei Rolling Stones.
Di mala voglia abbassai il volume dello stereo.
"Il capo ti vuol parlare domattina alle 9.00" mi dice in un inglese portoricanizzato una rauca voce a me fin troppo nota e riattacca senza aspettar risposta.
Il capo era lui: Guelph Peggyson.
Non poteva esser più fredda per me quella doccia scozzese.
Cosa vorrà da me quel bastardo?
Non ho più voglia alcuna di rincorrere i suoi deliri da cui sono uscito sempre con le ossa rotte.
Quella carogna, introvabile e pur sempre presente in ogni risvolto, incomprensibile, egoista, furbo.
Lo odiavo.
Non ci sarei andato.
L'indomani già attendevo da due ore che Peggyson mi ricevesse.
Intanto fumavo in una camera arredata in purissimo stile indiano, di un bianco abbagliante in un'atmosfera già satura di profumi per me nauseabondi.
Mi chiamò.
Ci andai.
Mi disse di fermarmi sulla porta.
Lui era stravaccato su una poltrona rischiarato dalla fiamma del camino e mi stava di spalle.
Nè mai si girò nel pur breve spazio del nostro incontro.
"Sul tavolo c'è la foto di Vince Love, 50 anni. E' più di 25 anni che le psicopolizie di tutto il mondo gli danno la caccia senza fortuna. I suoi reati sono molto vari. Attualmente vive da nababbo avendo impiantato un racket dell'accattonaggio che ha delle teste di ponte in quasi tutti i paesi del mondo. Tu devi scovarlo, abbatterne la rete e riportarlo nella prigione di Boston da cui entra ed esce a suo piacimento. La foto puoi tenerla. Sono certo che ce la farai. Ce l'hai sempre fatta. Sarai ricompensato adeguatamente. Ciao. Fila."
Queste furono le parole dell'individuo.
Rimasi con la foto in mano.
Lo spruzzo di un'auto in corsa mi spinge a vedere che sono le 19,35.
Molta acqua è passata sotto quei ponti.
Non sapevo che pesci prendere e da cosa incominciare.

.......(fine seconda puntata).......................

continua

La tensione non è angoscia

Il blog come ognuno può sentire, grazie a Nic. Jean Marc che approva, si apre con "Street fighting man" suonata live dai Rolling Stones nel 1970 al Madison Square Garden di New York. Quella tournèe americana segnerà la fine dell'infanzia felice del rock, quella nata da poco e per l'appunto con Elvis, con i Beatles, con i figli dei fiori, il'68. Qualche settimana più tardi quelle maestà sataniche vollero dare un celebrativo concerto finale e gratuito nell'autodromo di Altamont. Per cause "varie" nel corso di quella organizzazione di concerto morirono ben tre persone. Ma il clou, dopo che s'era già sfiorata la tragedia con i Grateful Dead ed i Jefferson Airplane, si raggiunse proprio nel corso dell'esibizione degli Stones. Dopo ore di claustrofobica pressione tra persone stipate in un posto che non ne poteva contenere tante (300.000!), dopo un effluvio di alcool e sostanze più disparate, il servizio d'ordine degli Stones, i cosiddetti Hells Angels fecero fuori a coltellate uno spettatore, tal Meredith Hunter, un nero reo solo di accompagnarsi ad una bianca, ma, a loro dire, colpevole per il fatto di voler attentare alla vita di Jagger. Il tutto fu ripreso, anche l'uccisione, nel corso di un filmato che costitui l'acme del film "Gimme shelter" che è il primo, forse l'unico film in cui si vede un omicidio in presa diretta.
Brividi.
Anche in questo gli stones sono stati quelli che chiudevano le cose.
I protomartiri in codice parlavano del Cristo come del alfa, chi, omega, come a dire che Cristo era l'inizio e la fine d'ogni cosa.
Gli stones hanno rappresentato sempre quelli che terminavano le cose con cui avevano a che fare.
Mi è sembrata la metafora della situazione attuale della nostra città adagiata sul golfo più bello del mondo, solo per i Lituani dirò che trattasi di Napoli.
Mi sembra doveroso chiarire con cosa si dovrebbe combattere per le strade di Napoli.
Certo non con mazze o pistole o spranghe.
Ne a botte di purghe o tacitamenti stalinistici da parte della classe sociale che in essa più conta e sta al potere.
Bensì, e qui ritorno al titolo ed alla presentazione di me stesso, con la succitata TENSIONE MORALE!
Come la intendo io la tensione. Etimologicamente "tendere a", significa stare tesi ed eccitati sempre, come se si andasse ogni volta al primo appuntamento con la donna\uomo che più ci attizza e che aspettavamo da sempre.
Ma, in questo caso, eccitati per o da cosa?
Ma per l'incontro con l'altro da se!
Semplice no?
Questo cambia tutto.
Il male di Napoli è l'indifferenza.
Il cosiddetto "cuore in mano" se lo mangiarono nel 1799 i lazzari istigati da Ruffo e da allora non c'è stato mai più se non come oleografica caricatura del napoletano "tipico".
Ma tipico di cosa?
Al suono del rock duro, ma duro veramente, proviamo a sgamare l'ignobile farsa.
Incuriosiamoci, affasciniamoci, meravigliamoci, estasiamoci che le persone...ci sono, esistono che queste sono uniche ed irripetibili, che, soprattutto, sono diverse da noi e quindi degne di estremo interesse per il fatto stesso che hanno in sè non solo tutto il macrocosmo, ma anche tutto quello che io non ho e che mi manca e che forse ho sempre desiderato.
Retorica?
Si, è retorica, ma non me ne pento abbastanza.
Cos'è che non è retorica? Il cinismo?
Allora lo lascio ad altri.
Ma godo, godo, godo della retorica e di tutto quello che rappresenta. Non sono alla moda.
Ma si oggi si porta l'outlet (anche per la crisi economica).
Non voglio più il cosiddetto "rinascimento partenopeo".
Di Napoli, esattamente come di un'amante che ci ha lasciato dopo averci dilaniato il cuore e straziato le carni, desidero più di ogni altra cosa non la vendetta, ma la sua

R E S U R R E Z I O N E

Aipsi-Med

Intervista per la RAI