Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

marzo 2007

IO PERDONO DIO NO (sesta puntata)

Vince, mi disse Joseph Love, era l’unico figlio della prima moglie del comune padre.

Ella era morta di paralisi progressiva in ospedale psichiatrico. Bene.

Vince aveva fatto il soldato durante la II Guerra Mondiale in Marina e ne era tornato vivo, ma con una scheggia nella gamba destra.

Vince è stato sposato con Grace, donna più vecchia di lui di un anno che abitava nel loro stesso rione, anzi nella loro stessa strada: da lei non aveva avuto figli.

I conti cominciavano a tornare.

Ma anche nel periodo del loro strano matrimonio, Vince non era stato quello che si può definire uno tutto casa e famiglia.

Era sempre in viaggio e aveva donne in ogni porto.

Persino durante il viaggio di nozze aveva flirtato con altre donne. Aveva flirtato come solo lui sapeva fare, con la portinaia dello stabile dove abitavano.

Joseph rise entusiasta di questa rivelazione. E ancora.

Vince era elegantissimo benché in quel periodo non se la passasse nel migliore dei modi, economicamente parlando. Infatti s’era “ridotto” a fare il panettiere, con un lavoro quindi esclusivamente notturno.

Mi rivelò anche di aver sentito dire che il fratello avesse anche avuto un’amicizia particolare con uno dei fornai (ah…l’alcool cosa fa dire!). Ma ribadì che non ebbe figli perché era la moglie ad essere sterile.

Fu in quel periodo che mise su una società di import-export, la Magli A.R. L.T.D. che gli rendeva parecchio, ma che lo costringeva a star lontano da casa per parecchi mesi all’anno.

A quel punto Joseph entrò a far confidenze.

Cominciò infatti a farmi gli elogi più sperticati di quel feroce fratello.

Mi parlò in termini tali, come solo ne poteva parlare Doppio Rhum di Black Macigno.

Idolatria sfacciata che lui non fece nulla per mascherare.

“Solo quel giorno” mi disse a bassissima voce e quasi con le lacrime agli occhi “si presentò al bar del Gabbiano Strozzato, sconvolto, male in arnese, con la barba non fatta, la camicia di fuori e la cravatta sul collo anziché sul colletto della camicia, senza giacca e lo sguardo era allucinato. Tutti lo osservavano meravigliati e smettendo di chinarsi sul tappeto verde del biliardo visto che non erano abituati a vederlo in quello stato. Rivolto a me che ero presente mi urlò: - Ehi Joe, quando io non ci sto sai se mia moglie si prende delle libertà? –  Tutto questo mettendomi violentemente le mani al collo e al tempo stesso con tono implorante. – No, Vince  -  lo rassicurai  - l’avremmo saputo tutti e poi, lo sai che la controlliamo giorno e notte. – Fatto sta che da quel giorno non fu più lo stesso. Dai piccoli affari illeciti di prima, iniziò a lavorare a crimini di stazza più grossa. Non lo capivamo più, non lo vedevamo più, cominciò ad entrare ed uscire di galera. Tentai di parlargli da fratello come si faceva un tempo. Nulla. Come se stesse su di un altro pianeta. Mi dava risposte di traverso, mi faceva dei risolini immotivati e poi si girava e finiva per trovarsi un’altra volta nel suo mondo, anzi in un mondo tutto suo.”

“Dimmi in che periodo si svolse tutto questo” mi affrettai a chiedergli con la lucidità che mi era tornata improvvisamente, malgrado il mezzo litro di alcool come tasso ematico.

“Chi se lo può scordare: 28 marzo 1955, era di domenica” fu la risposta.

Il mio tempo era finito come la bottiglia di whisky con 12 anni d’invecchiamento.

 

                                       ( fine sesta puntata )

 

 ……………………………continua…………………………………………………………..

La legge 180 è diventata oggi una linea di autobus o è ancora un angolo ottuso?

Abbiamo ragione di credere che la realtà esistenziale all’interno della quale ci muoviamo a cavallo della fine del secondo millennio dopo Cristo e i primi anni del terzo, sia interpretabile dalla cosiddetta società civile e, un tantinello, colta, secondo parametri caratterizzati ancora da un pensiero razional-positivistico e logico-meccanicistico, e sia analizzabile formalmente con la decodificazione semantica e persino con la significazione comunemente accettata persino dei segni, dei fenomeni, delle icone, degli accadimenti o degli episodi, ancorché minimi, della vita quotidiana.

Ci confermiamo perciò nella considerazione, che è poco più che d’un’ipotesi, che nella vita nulla avvenga sotto la spinta di forze afinalistiche o sulla scorta di operazioni fatalisticamente determinate, della cui spiegazione recondita non ci si deve nemmeno prender cura di trovare, essendo talmente nebulosa, vaga, cervellotica e financo perversa la possibilità di poter fare connessioni tra cause ed effetti.

NOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!

NON SI PARLA COSI’!!

NON SI SCRIVE COSI’!

PROVIAMO AD ESSER PIU’ ATTRAENTI

 

TITOLO: The milkman doesn’t go door to door?

 

Come al lattaio piace andare di casa in casa (anche perché a quell’ora trova le donne sole ed ancora in pigiama o in vestaglia), così anche a me piace andare a casa della gente.

Mi piace sedermi con malati e familiari attorno al tavolo di formica della cucina.

Anche per questo, ma non solo per questo, mi piace, mi preparo e sempre più ci provo a diventare il medico di famiglia in quella casa e con quella gente, provando ad avere soprattutto relazioni umane, anche se inevitabilmente scomode, perché i rapporti umani sono sempre responsabilizzanti per ogni membro che entri in questa comunicazione intensa e vitale, emozionante, affascinante: com’è per il medico, così è per le persone che assistiamo.

Mi attizza (affascina, attrae) occuparmi di sofferenza vera e talora grave.

Non mi realizzo più in uno studio medico avviato, ricevere la gente danarosa ed annoiata dei cosiddetti quartieri bene.

Certo la sofferenza psichica è ubiquitaria, trasversale e nella sua tragicità è persino democratica e colpisce tutti, ma è il modo di affrontarla ed elaborarla che è differente ed in ogni persona.

Infatti talvolta la risposta al disagio è talmente autoreferenziata e piccolo-borghese da rafforzare in quel paziente quelle che sono le sue difese di sempre, troppo spesso ambigue o mistificatorie. Questo  tentativo, tra l’altro, può finire persino per creare angoscia ulteriore e senza che si realizzi l’indispensabile modifica di sé stessi o della visione del mondo all’interno della quale il sintomo, la nevrosi, la caratteropatia, non solo si sono manifestate, ma si sono anche comodamente allocate, “allargate” ed “assettate” (sedute).

Non mi piace sembrare un esperto e comunicatore mediatico dei comportamenti umani, fingendo di saperla lunga, vendendo spiegazioni da imbonire dal piccolo schermo o nei salotti bene a gente a cui accuratamente finirò per dare esattamente quello che si aspetta da me (give the people what they want), che poi è quello che vogliono sentirsi dire, per carpirne la benevolenza, chissà poi perché, o forse lo so…

Sono sufficientemente vecchio da ricordare, assieme ai teenagers di oggi per la verità, la pop o rockstar folle e carismatica Jim Morrison: pare che per dare un nome alla band di cui divenne il leader negli anni ’70 quella che in seguito ebbe un successo galattico che dura fino ai giorni nostri, si sia ispirato ad una strofa del visionario poeta William Blake che recita: “Ci sono al mondo cose che sono conosciute e altre che sono ignote: nel mezzo ci stanno le porte…” , The Doors per l’appunto.

Sono quelle porte, soprattutto fisiche, che io e i colleghi vorremmo aprire o, più modestamente e umilmente, farci aprire, quando ci rechiamo al domicilio della gente che soffre o anche nelle istituzioni malate.

Spesso, e non solo metaforicamente, quelle porte vogliono ostinatamente rimanere chiuse, e allora sta a noi provarle ad aprire e con ogni mezzo, anche con la forza.

Sì con la forza perché ne abbiamo piene le scatole della progressistica indifferenza travestita di civile rispetto per la privacy.

Perché è questo mestiere di psichiatra, un’arte fisica, permeata di fisicità non solo psico-libidica o istintuale o transferale, ma è una professione fatta anche di veri e propri umani contatti da gestire con tatto.       

Psicopolizia? Sì, anche di questo ci tacciano.

Puntualmente e periodicamente ci sentiamo dire di essere al servizio di regimi totalitari come durante il fascismo o lo stalinismo, ossequienti ed ossequiosi nel far passare per matti gli oppositori del regime.

Sì, certo, come di essere stati ligi burocrati nel redigere certificati per ricoverare in manicomio, ed altrettante cartelle cliniche che ne sancissero la detenzione eterna in base ad un criterio solo di pericolosità sociale.

Ma me lo voglio prendere questo triste ruolo…qualcuno dovrà pur farlo, come i becchini.

Ed è meglio che lo facciamo proprio noi e non altri, visto che almeno per il paziente\malato possiamo rappresentare oltre che il suo medico, anche il suo difensore d’ufficio il quale, senza pregiudizi o randelli o manette, riconduce le tensioni e la sofferenze nei maggiormente percorribili canali dell’umana solidarietà. Impegnandoci in una comprensione anche scientifica del “fenomeno sofferenza” che, altrimenti, sarebbe visto solo come un grave attentato alla società civile, un accadimento delinquentesco e basta, degno solo della reclusione e non dell’ assistenza, delle cure necessarie e, se volete, di affetto.

E noi dei servizi territoriali siamo pagati proprio per impedire suicidi e mutilazioni e autolesioni da follia, tutti sintomatici comunque di grave disturbo e non solo di scelta esistenziale: no non faccio parte dei filosofi esistenzialisti, mi ricordano troppo un antico film di Totò. Più vicino mi sento ad uno della squadra della neurodeliri che si vede in “Totò truffa”, nell’episodio della vendita della fontana di Trevi da parte del più grande attore…”vivente”.

Ma anche quello sporco mestiere qualcuno dovrà pur farlo e poi, udite udite, non sono io che voglio catturare i malati, siete voi che mi chiamate: voi medici specialisti dell’attività privata che ce li inviate dopo che il limone è stato spremuto e neppure le lacrime ci sono più; voi dell’handicap quando la riabilitazione non funziona o non ha mai funzionato; voi delle tossicodipendenze e proprio quando il vostro assistito è maggiormente in crisi; voi della geriatria quando non è la circolazione del piede che non funziona, ma è quella del cervello che non scorre più; voi degli ospedali in cui solo la coltellata non è psicosomatica (sempre che il coltello resti piantato nelle carni come prova inconfutabile); voi operatori del cosiddetto “sociale” (ma esiste ancora?) che, novello lazzaretto astratto, ci mandate i poveri e i diseredati e noi li si dovrà nutrire e riscaldare nei reparti psichiatrici; voi colleghi che non volete più ascoltare il dolore negli studi con l’aria condizionata; voi forze dell’ordine che non volete dividere la criminalità dalla sofferenza psichica.

No, non mi sento affatto protetto…e per tutto questo lo strizzacervelli del servizio pubblico dovrà approntare in venti minuti una risposta efficace per tutto ciò che non è stato affrontato e risolto in vent’anni di…cure.

Conosco quasi tutti i palazzi dei quartieri che con colleghi ed infermieri mi trovo a “presidiare”: ho rapporto anche con i portinai con cui mi alleo e so quante monete ci vogliono per l’ascensore (più spesso i nostri pazienti occupano appartamenti agli ultimi piani di palazzi senz’ascensore, così che il primo intervento si svolge tra lo sbuffare generale, che non è scocciatura, ma dispnea, visto che abbiamo tutti oramai un’età compresa tra i 45 e i 60 anni). Anche questa è deriva sociale.

Conosco il mercatino rionale e le chiese, i viali e le zone decadenti, i negozi e le scuole del distretto sanitario: questi posti sono stati “teatro” di interventi anche spettacolari. Mi è capitato di fare taluni di quegl’interventi ed in emergenza anche nella macchina della Polizia, indimenticabili per me che stavo seduto dietro, e penso che mai più proverò una tale claustrofobia chiuso com’ero all’interno di quel cellulare in miniatura, dove spessi plexiglas separano “i catturati” dagli agenti davanti, auto (pantere?) in cui ci si siede sulla scocca nel posteriore e i finestrini non esistono e si comunica per interfono.

Ma con gli agenti di P.S., che talvolta chiamo “collega” e tra loro ce n’è di veramente bravi, umani e di buon senso, abbiamo anche “preso” persone che volevano volare giù dal sesto piano e siamo arrivati noi per primi.

Ho preso tre pugni, due schiaffi, un calcio (molti sputi sull’impermeabile) ed ho sentito profferire seri dubbi sulla moralità di mia madre (non voglio in questa sede ricordare Bruno, collega ed amico ucciso ad Ercolano).

Inoltre da qualche anno abito nel quartiere dove lavoro e mi sembra di stare in servizio anche quando con mia moglie mi faccio una passeggiata nella UPIM, visto che vi incontro sempre almeno cinque persone che “per lavoro” ho dovuto conoscere: loro sono molto discreti e quasi sempre basta solo un cenno con le sopracciglia per riconoscersi e salutarsi…

Lavoro in quest’ultimo Servizio da 15 anni e ho visto andare via, per altri e più pensionistici lidi, almeno 45 colleghi. E poi in questi quartieri sto invecchiando con i pazienti e con loro arriverò, mi auguro, alla pensione di anzianità, mentre loro già ci hanno quella d’invalidità talvolta con accompagnamento.

Sono andato ai funerali dei miei malati, spesso già anziani, morti per patologie intercorrenti: già perché anche i pazienti psichiatrici si ammalano di cancro e di malattie cardiovascolari e si fanno pure di droga.

Statisticamente posso giurare che all’accettazione del Servizio quasi venti nuovi utenti ogni dieci giorni vengono a chiedere di essere presi in carico: non si tramuteranno tutti in nuovi casi cronici per fortuna, ma è pur sempre una media impressionante, quasi un’epidemia e nessuno ne parla…

Le cause di quest’iperafflusso?

Non ci basterebbero tutti i “Porta a porta” di un anno intero e lo schizococco non è stato ancora isolato.

Ma non meravigliatevi, purtroppo non è una novità, anche nei bei tempi andati v’era grosso disagio, e non era dovuto solo alla cattiveria dell’animo umano se fino al 1978 in Napoli e provincia tra due manicomi civili, due ospedali psichiatrici giudiziari e almeno cinque grosse case di cura, era possibile contare almeno 15.000 ricoverati.

Ma le cause sono soprattutto psicosociali e quindi anche di natura inevitabilmente politica.

So solo che il budget forse è più basso di quello riservato alle malattie allergiche e che le risorse umane spesso sono solo virtuali: anche da questo evinciamo un pregiudizio durissimo a morire, quello della preminenza delle malattie nobili di organi nobili, contrapposte alle ributtanti sofferenze d’un organo come il cervello che senz’altro quando si ammala viene dopo la milza. Anche questa è psichiatria sociale (sic!).

Una richiesta di assistenza psichiatrica così quantitativamente elevata la si rinviene in quei contesti dove la rete sociale non offre più all’uomo coerenti punti di riferimento, ma finisce per escluderlo impedendogli la possibilità di espressione e, soprattutto, negandogli la conservazione e persino l’individuazione della propria identità.

Il territorio dove mi muovo è costituito da zone cosiddette di “transizione”, ad alto livello quindi di disorganizzazione sociale, con regolare e progressiva trasformazione di vaste aree in “periferia”.

La periferia, anche questa, non è un’espressione cartografica o da catasto, ma una categoria del pensiero, un valore\misura del degrado.

Si rinvengono infatti la disorganizzazione delle famiglie, l’elevazione della criminalità giovanile e dei casi di psicosi più spesso schizofrenica, la presenza di immigrati stranieri, lo stato di non proprietà della casa da parte dei residenti, il degrado culturale, l’istruzione raffazzonata e superficialmente di maniera, il crollo degli ideali, la gracilità dell’etica, l’isolamento sociale.

Le fasce deboli sono quelle che più tendono a spostarsi verso le zone disgregate e periferiche della città, visto che inevitabilmente vanno incontro ad un declino del loro status economico-sociale. Ne consegue che, secondo una logica stringente, se in questi quartieri viene diagnosticata una notevole quantità di psicopatologia psicotica, vuole anche dire che i quartieri stessi si trovano in una fase storica di pesante deterioramento, disorganizzazione e sofferenza con presenza di grave difficoltà ambientale e disagio psicologico tra i suoi abitanti.

Queste sono solo ipotesi tuttora al vaglio di studi e ricerche che le confermino e ne reperiscano ancora altre, ma io da semplice psichiatra della strada e delle periferie, non ve le so raccontare tutte e con le belle ed importanti parole d’ordine in voga nelle classi che contano: la sola certezza che ho, se la salute regge, è che continuerò a provarmi a farmi aprire quelle porte, “The doors of perception”* (le porte della percezione).

 

 

 

 

 

* libro di Aldous Huxley “ che è stato anche un testo sacro delle giovani generazioni americane degli anni settanta e che narra le esperienze dell’autore sotto l’effetto di una potente sostanza tossicomanigena, la mescalina.

 

                                                enzo spatuzzi scripsit

IO PERDONO DIO NO (quinta puntata)

Tutto ciò è confermato da uno dei medici carcerari che lo ha conosciuto e con cui Vince ha particolarmente legato e che, naturalmente, da me è stato contattato. Racconta che per tutte le stranezze che, come quell’anziano saggio medico di penitenziario sostiene, il Love si divertiva a fare, fu anche chiamata una perizia dall’Ospedale Psichiatrico “L:White”. I risultati che il dottore mi mostrò divertito, e di cui ho annotato degli stralci, furono i seguenti: “buoni livelli autogestionali…alquanto regredito…manifestazioni depressive e tendenze anoressiali…manierato, fatuo, incoerente…spunti deliranti di persecuzione e di gelosia del tipo: mi hanno avvelenato, mi hanno ucciso;…fissa un punto lontano e ride senza ragione…assolutamente incapace di valutare effettivamente la sua posizione…dissociato, fatuo, incoerente…”.

Comunque e ad ogni buon conto, il dottore mi riferisce che Vince Love non ha mai legato con i secondini né con gli altri detenuti che spesso ha aggredito. Anche delle manifestazioni d’agitazione si sono potute notare. Del resto anche dal punto di vista della medicina generale presentava degli effettivi disturbi quale una cicatrice che gli doleva ad ogni cambio di tempo, cicatrice ch’egli paragonava ridendo ad una “pucchiacca” (ah…le donne…che ossessione per Vince Love!). Inoltre un pregresso infarto, una bronchite cronica mai curata ed un inizio di ingrossamento della prostata. In ogni caso ha sempre avuto preoccupazioni ipocondriache e al dottore è parso che lui stesso non curasse Love, ma che fosse Vince a servirsi di lui, come degli altri, da gran signore, per le sue preoccupazioni. Il dottore poi, al colmo dell’ilarità, mi raccontava una confidenza che lui gli aveva fatto dopo la perizia psichiatrica: “Dottore, non sono pazzo, solo un po’ picchiatello”, il tutto strizzandogli l’occhio.

Ricordo che a quel punto posi al dottore la fatidica domanda: “Ricorda che Love le abbia mai parlato di un qualcosa accadutagli intorno al marzo 1955?”.

Il dottore: “28 marzo 1955, domenica?”

“Si” risposi.

“Ebbene non ne so niente e non mi faccia dire altro” concluse frettolosamente.

Non ci fu verso di cavargli una sola parola di più.

Ma mi fornì l’indirizzo di uno dei fratelli che era venuto spesso a visitare Vince al tempo della carcerazione: Joseph Love. Capodimonte, Napoli.

20.05. Ma perché in questa mezz’ora che mi separa dalla sua scarcerazione dovrei pensare a questa sporca storia? Non l’ho mai fatto. Forse che lo faccia come un rituale ossessivo-ossessionante per scotomizzare la paura che c’è tra le righe? Ma paura di che? Che il Love sia davvero psicotico come lui vuol far credere? Boh!?

Arrivo a Capodimonte nel primo pomeriggio. Sono stanco e morto di sonno.

A Joseph Love mi presento spacciandomi per un burocrate passacarte che vuole occuparsi soltanto della situazione finanziaria del fratello per motivi fiscali.

Grosso errore.

Ma tant’è, non potevo fare diversamente.

Joseph ovviamente non credè neppure a una parola di quanto andavo dicendo, ma sapevo come sciogliere la lingua a gente ben più tosta di lui.

Bastarono cento sacchi ed una bottiglia di Jack Daniels non ancora stappata e tutto andò come si conveniva. La lingua sciolta del fratello di Love cantò a meraviglia come Caruso al Metropolitan.

 

                                          (fine quinta puntata)

 

………………………………continua…………………………………………………………..

it’s just an imagination... Libere associazioni? Coatte!!

Anche oggi è morta mia madre.

Anna è finita. Anche per te la luce è oramai quella del laser freddo.

La notizia la gracchiava al telefono la voce d’un vecchio a me che preparavo il caffè.

-         Su dai papà non piangere – Ma piange.

Mammina diceva sempre che papà aveva le lacrime a comando, come se aprisse un rubinetto.

-         Papà…papà…lo sai che era malata e che da un giorno all’altro…un incidente? Che stai dicendo? –

Non ha mai saputo guidare bene quella donna.

Si sentiva sempre meno anni di quelli che dimostrava. Continua a piangere quel vecchio: dovrebbe vederlo ora la moglie.

Alle sei e venticinque nella caffettiera sento ribollire le sue lacrime.

Quel vecchio si dispera. Disperarsi, non sa far altro. Come sempre. Lacrime napulitane.

…una bambina non ne voleva sapere di andare a letto presto: avrà avuto sette anni. Vede tutti i programmi finché negli occhi sgranati si riflette la maschera con la fine delle trasmissioni su impressa. Stanza freddo-morbida come il suo pigiama di flanella. Piedi nudi che si avventurano verso la stanza da letto dei genitori. I vicini sentono tutto. Un paio di mutandoni bianchi la sollevano e la sbattono sul fratellino che dorme.

-         Non uccidere mia madre ti prego”

Chissà se avrebbe fatto giorno.

Questo caffè è venuto very strong, devo dire, me ne verso abbondantemente e lo bevo con molto gusto. Mi preparo per un’altra inevitabile giornata di lavoro.

La strada è ancora bagnata.

I camionisti figli di zoccola mi schizzano fango: lo fanno apposta.

Radio Dimensione Suono: “…non ho più paura di restare senza una donna…”. E’ Zucchero.

Non ti sbagliavi mamma a non poter contare su di me, grazie a Dio, anche tu non conti più nulla per me. Manco me le ricordo più le ninne nanne e le fiabe.

Sono più brava oggi? Sì, sto andando a lavorare.

Sono più buona oggi? No, non sto venendo al tuo funerale.

Nemmeno sotto la terra ti accompagnerò e da morta realizzerai finalmente la mia assenza, più ingombrante per te della mia presenza. Ma sto troppo bene oggi. Leggera leggera come dopo una cagata a soddisfazione. Niente fiori di campo sulla tua tomba, solo guns & roses, i fucili della mia sessualità umiliata, le rose della mia passione trasformate in proiettili che centravano me in pieno petto.

Yesterday’s papers. Lavorano e guadagnano ancora col mito sempre verde della mammina narrando agli stupidi una fiaba falsa e inutile, noiosa e puzzolente: la mamma è sempre deduttiva e puttana, la bambina è sempre perversa, il padre sempre coglione.

Al suono del rock duro, ma duro veramente, ho sgamato l’ignobile farsa ed alla fine ho pisciato sul suo piedistallo come i russi su quello di Stalin. Non mi serve più niente. Mi faccio da padre e da madre, mi coccolo e mi rimprovero, mi accuso e mi assolvo subito, ma ancora mi mando a letto senza cena.

La hard rain non è mai caduta e non verrà anche se questa strada che percorro questa mattina è viscida più del sapone. Il lavoro mi aspetta e conosco ben altre donne con le palle. Come sempre hai fatto bene a maledirmi.

Il sole rosso da il via ad un nuovo giorno ed io, guardandolo nello specchietto, gli sorrido.

Fai un viso di circostanza, tua madre è morta oggi.

No, non è il caso di fingere ed atteggiare la faccia.

 

-         Marj Jane, si rende conto o, almeno, sente la tristezza di ciò che ha associato alla parola mamma ? –

-         Sì, un po’ –

-         Non sapevo che avesse perso sua mamma, non ne aveva mai fatto cenno prima di oggi. Persa in quella maniera tragica, per giunta…-

-         Non si dispiaccia, è lei che ha perso me. Mia madre è viva è sta bene. -

-         Ci si rivede giovedì –

-         D’accordo, arrivederci -

 

 

enzo spatuzzi scripsit

Ivano Fossati - I treni a vapore

Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno perché voglio sognare
e nel sonno stringo i pugni
tengo fermo il respiro
e sto ad ascoltare
qualche volta sono gli alberi d’Africa a chiamare
altre notti sono vele piegate a navigare
sono uomini e donne e piroscafi e bandiere
viaggiatori viaggianti da salvare
delle città importanti io mi ricordo Milano
livida e sprofondata per sua stessa mano
e se l’amore che avevo non sa più il mio nome
e se l’amore che avevo non sa più il mio nome
come i treni a vapore, come i treni a vapore
di stazione in stazione e di porta in porta
e di pioggia in pioggia e di dolore in dolore
il dolore passerà.
Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno perché so sognare
e mi sogno i tamburi della banda che passa
o che dovrà passare
mi sogno la pioggia fredda e dritta sulle mani
i ragazzi della scuola che partono già domani
e mi sogno i sognatori che aspettano la primavera
o qualche altra primavera d’aspettare ancora
tra un bicchiere di neve e un caffè come si deve
quest’inverno passerà
e se l’amore che avevo non sa più il mio nome
e se l’amore che avevo non sa più il mio nome
come i treni a vapore, come i treni a vapore
di stazione in stazione e di porta in porta
e di pioggia in pioggia e di dolore in dolore
il dolore passerà.

IO PERDONO DIO NO (quarta puntata)

...........

Tutti i confidenti e i delatori che riuscivo a contattare, all’inizio parlavano a briglia sciolta provando anche un gusto perverso a dipingerlo ognuno a suo modo. Poi, improvvisamente diventavano meno precisi, più sospettosi, rallentavano la loro deposizione, finché non tacevano ed era quasi impossibile farli continuare. A questo punto me li lavoravo ai fianchi secondo il mio costume e con i mezzi dettatimi dall’intuito del momento: li seducevo con promesse o li facevo parlare senza volere, li pestavo a sangue oppure li corrompevo.

Ne ottenevo soltanto una data: 28 marzo 1955, domenica. Null’altro.

A questo punto potevo strappar loro la pelle di dosso, ma non avrebbero aperto bocca.

Persino a Napoli, roccaforte del suo potere e centrale operativa di tutti i suoi traffici, nei budelli di Stella, persone cui ho promesso di tener celata l’identità, arrivavano a definirlo “guappo”.

Un “guappo” con notevoli protezioni ottenute con anni di arruffianamenti e violenze.

Ovviamente operava delle “guapperie”, ma non così, per il gusto di farle in preda all’emotività di guappo ferito oppure fanfarone, ma delle guapperie, per così dire, mirate, con una logica e per raggiungere certi scopi.

Perfino a Napoli dicevo, arrivavano a dirmi queste cose, ma poi come a Parigi ed Amsterdam, Amburgo e New York, Londra e Istambul, finivano col tacere; e dietro le mie…ehm…”sollecitazioni”, concludevano con la fatidica data: 28 marzo 1955, domenica. E basta!  

Malgrado ciò Love mi piaceva.

Forse invidiavo questo suo viaggiare da “beatnik on the road” a cavallo di una fiammante Moditen Depot Spitfire modello vecchio, come un pirata alla ricerca dell’arricchimento.

Era, d’altra parte, capace anche di gesti quasi nobili, come quello di prestare denaro senza interessi a chi gli piaceva. Tra l’altro sapeva come ci si doveva sentire a stare senza un quattrino: non era nato ricco Love.

Aveva dovuto anzi imparare a cavarsela senza soldi. Semmai avevano pizzicato il già da allora compagno di scorribande, il succitato John Di Stefano, il quale ci faceva la figura del pollo e che Vince si era dovuto svezzare per renderlo, per così dire, competitivo in quella gara a guardie e ladri. C’è da aggiungere che lo stesso Di Stefano ricorda di avergli sentito pronunciare quella data, ma non sa riferire a che proposito.

19.50. Sta quasi smettendo di piovere. Cadono solo dei finissimi fili d’acqua che però ti entrano anche nelle ossa. Rari autisti mi guardano mentre rallentano per un attimo  prima di svoltare al crocevia. Vedono un uomo solo, bagnato. Che fissa un punto tra le sbarre di un cancello e che forse…pensa.

Quando Vince Love veniva pizzicato mentre o viaggiava clandestinamente oppure si dedicava, all’inizio da manovale, poi da professionista autonomo a quella remuneratissima attività d’accattone, si faceva passare per matto, dando magari in escandescenze e facendo quello che poi lo caratterizzerà, cioè le capriole.

Tant’è vero che da allora gli fu appioppato un nomignolo: Vicienz’ sott’ e ‘coppa.

Soprannome che da Napoli fece il giro del mondo.

Addirittura si fece rilasciare un attestato che sanciva il suo stato di folle, con tanto di firma e foto sopra.

Già, perché uno dei suoi pallini era quello di giocare a fare il matto.

 

                                 (fine quarta puntata)

....... continua ............

PER ME LA GUERRA NON E' MAI FINITA

1° Titolo   WIMBLEDON 

2° Titolo  “…’che chi ha saputo impazzire saprà anche guarire…”  (Tomaso Kemeny)

   Titolo   SIAMO NOI PSICHIATRI DEI POVERI CRISTI (cchi)

(a scelta del pubblico dopo la lettura)

 

Napoli, 09\03\07

 

                                        Enzo Spatuzzi

 

                               saluti cordialissimi

 

scusandosi per l’inevitabile, ma fastidiosa prolissità, il sottoscritto coglie l’occasione per inviare…

 

 

No, non vi allarmate, sto ancora bene.

Quella di iniziare a scrivere degli articoli, chiamiamoli così, cominciando dalla fine (saluti, firma e data), non è un nuovo disturbo psichiatrico coniato per l’occasione del blog da Spatuzzi il quale, non riuscendo a diventare noto come medico, sicuramente e nella sua megalomania, lo vuole diventare da paziente. E’ inutile andarla a cercare nelle vecchie e nuove tassonomie questa originale forma di psicopatologia.

E’ solo la risposta sarcastico-provocatoria al suo aguzzino, sordido editor, il truce Nicola Gianmarco Ponsillo, collega anch’egli, ma poco…amico che, nel corso di una telefonata per dare “ordini”, pontificava che sui siti si scrive tal quale una piramide rovesciata, in alto la base, il vertice in basso. E poi poche righe, poche argomentazioni anche se ben articolate, titoloni da prima pagina: questo perché il popolo di internet non si sofferma che pochi secondi e quindi bisogna attrarlo quasi in un flash.

Ma che considerazione ha quel mascalzone di quelli che cliccano queste pagine! Vi fa una chiavica gentili lettori, una vera e propria latrina (scusate il francesismo).

Io che ho considerazione per l’inclito pubblico lo ammorberò con un noiosissimo periodare pallido e assorto (presso un rovente muro d’orto).

Ciò detto in breve, accomodiamoci.

Iniziamo dal secondo titolo (2°).

I puntini sospensivi all’inizio di “….’chè solo chi ha saputo impazzire saprà anche guarire…” erano preceduti da “Respira a pieni polmoni la tradizione dei manicomi….’chè solo chi ha saputo…”(e via discorrendo).

Cosa c’entra?

Ancora non lo so, ma importante non è capire punto per punto, ma farsi rapire da un ultimo senso generale che impregna le pagine. E questo scritto contrariamente a ciò che dice Vasco Rossi, un senso ce l’ha. Basta scoprirlo.

1° Titolo.

Al mondo solo il pubblico che assiste alle gare del più famoso e antico torneo di tennis del mondo, quello di Wimbledon (si pronuncia “Uimboldon” e non “vuimbledon” come in Italia, come usa anche in TV) ha questa caratteristica: sostiene con il tifo (meglio incitamento) il tennista che sta in svantaggio. Fosse pure avanti e sul 5-0 il pupillo di casa, un ragazzone di pura razza anglosassone, quella “perfida Albione” che fa? Incita l’avversario, magari irakeno, acchè recuperi lo svantaggio.

Che c’entra.

E’ ancora presto perché lo si disveli.

Per esempio io ancora non l’ho capito.

3° Titolo. “SIAMO NOI PSICHIATRI DEI POVERI CRISTI(cchi)

Di Alberto Sordi molto spesso mi risuona in testa la frase epocale:

“…a me m’ha rovinat’ a guera…”.

E a noi? Noi psichiatri? Io lo so.

Alda Merini.

Vincent Van Gogh.

Nash (il matematico, non il terzo di Crosby, Stills, Nash & Young).

La romantica rosa di Cristicchi a San Remo.

E tanti altri geni dell’umanità finiti in manicomio non si sa bene per quali misteriosi motivi, ma di certo per semplice cattiveria dei neuropsichiatri che ce li tenevano dentro con la forza. Ma la genialità è uscita fuori lo stesso a dispetto di quei delinquenti che porteranno per sempre con sé (come uno stigma, anzi, lo stigma) il dubbio su che cosa ancora d’altro e di meraviglioso avrebbe potuto scrivere, la Merini ad esempio, se gli psicofarmaci non le avessero per anni obnubilato il sensorio.

Che schifo di pubblicità negativa per la categoria! Chi vuoi che si rivolga più con fiducia e senza sospetto da quegli shrink (strizzacervelli) nostrani?

D’altro canto genialità e follia da sempre nell’opinione comune sono andati a braccetto ed a tal punto che se non si fosse un poco pazzi forse non si sarebbe nemmeno creativi.

Mi oppongo!!! E’ falso.

Non ho pregiudizi verso i pazienti psichiatrici, quindi tra essi ve ne sono anche di persone poco dotate sotto l’aspetto intellettivo (come mia sorella), altri senza alcuna dote artistica, altri ancora che non sanno fare le divisioni a due cifre.

INSOMMA PROPRIO COME NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI, PROPRIO COME ME.

Il 13 maggio la legge n° 180 compirà 39 anni (portati male) e il pregiudizio non si è spostato di una virgola: un po’ di dignità in più ai malati (meglio che dire disagiati, che mi sa di terremotati dell’Irpinia o del Belice), molta assistenza in meno, carico del tutto appannaggio dei familiari con un nostro minimo, stanco aiuto.

A questo ha contribuito anche l’inamovibile idea che il genio si accompagni sempre con la sregolatezza o con la franca scelleratezza

L’idea demente, non demenziale, perché per la prima ci vuole intelligenza, viene sintetizzata da questa mia cacciata dell’ultima ora peraltro venuta fuori nel corso d’una conversazione con la collega (già amica) umbra (dell’Umbria e non umbratile) Tina Lepri.

Visto che Enrico Caruso soffriva di colite e poi è morto di peritonite, ergo, tutti gli affetti da malattia intestinale sono dei grandi cantanti, generalmente tenori (anche le donne!).

La pubblicità progresso invece dovrebbe essere sempre la stessa:

COME NOI.

                                                     Enzo spatuzzi    

Una mia foto

L'opinione di una lettrice sulla canzone di Simone Cristicchi

Anna ha scritto all'Aipsi-Med commentando così la canzone di Simone Crisiticchi.
"Questa canzone è arrivata in un particolare momento della mia vita, mentre stò scrivendo la mia tesi di laurea sulla riabilitazione e il reinserimento dei malati psichiatrici. Da poco ho terminato il tirocinio in un istituto psichiatrico: sono stata lì 4mesi, 4 mesi che mi hanno cambiata. Quando sono arrivata mi sono ritrovata in un mondo completamente sconosciuto che mi impauriva, quando sono andata via ero più forte, con una voglia matta di voler fare molto di più per loro. Mi hanno insegnato che l'amore và oltre qualsiasi stigma, che esula da quella che viene definita "normalità". Ciascuno di loro ha tanto amore da dare tanto da dire ma nessuno che si fermi un attimo ad ascoltarli. Chiedono solo una carezza, un'abbraccio, una rosa. Non credo che una canzone riesca a cambiare qualcosa, ma spero che aiuti a far capire che i "folli" sono persone come noi che meritano una vita come la nostra, ma che da essa hanno avuto solo indifferenza e dolore."
 RISPOSTA DI SPATUZZI
Cara Anna mi sento di darti subito un ascolto partecipe e di commentare anch'io ciò che emozionalmente e significativamente hai scritto tu. Sono instand by e quando sono in questa condizione sto maturando qualcosa che in maniera più strutturata ed organica scriverò sulla canzone di Cristicchi, sulla sua vittoria e sul suo essere in questa fase storica un "fulmine a ciel sereno". Il mondo sconosciuto che un po' ti impauriva ancora oggi, dopo molti anni di cosiddetto "onorato servizio", m'impaurisce ancora e forse di più esattamente come impaurisce chi si trova, per motivi sconosciuti, a vivere questa condizione. Solo che provo a farmi forza, ad alienarmi da me stesso pensando a cosa fare per essere utile al meglio per ogni singola perona affetta da quel grave disagio psichico anche e soprattutto per impedire che si arrivi alle estreme conseguenze che poi è l'unico motivo per cui teniamo aperta la bottega della salute mentale. Molto spesso anche io, molti, forse anche tu, nel chiedere abbiamo ricevuto indifferenza e dolore come dici: ancora non so perchè invece io sto da quest'altra parte della scrivania e loro dall'altra. Questo è il mistero, questa è la sfida, questo è il motivo per cui si deve fare ancora tanto e di più senza tradire la professione d'aiuto in nome dei soldi e del potere. Ma se ci sono le Anna che ancora oggi si lasciano cambiare e diventano persino più forti dall'incontro (anche scontro) con persone delicatissime, ma crazy diamond, allora ho fiducia per il futuro. Tieniti così, tieniti stretta e sarai di aiuto a tanti (e a te stessa).
Posso abbracciarti?
                                                       Enzo Spatuzzi

Omosessualità come devianza. Intervista per Gay.it sulle dichiarazioni della senatrice Binetti

Durante una trasmissione tv (Tetris) la professoressa nonche' senatrice Paola Binetti ha dichiarato che “l'omosessualità è una devianza della personalità" e poi, incalzata dal conduttore, ha rincarato la dose, argomentando che essere gay è "un comportamento molto diverso dalla norma iscritta in un codice morfologico, genetico, endocrinologico e caratteriologico". Egregio dott. Spatuzzi ecco le domande che avrei per lei.
PREAMBOLO INTRODUTTIVO DI SPATUZZI: Ringrazio io lei per aver formulato a me queste domande pregne di vivacità intellettuale, curiosità e passione. Ringrazio, inoltre, il dott. Nicola Gianmarco Ponsillo, Presidente dell’AIPSI-MED, l’Associaziona Italiana Psichiatri di cui faccio parte, vera anima di questo movimento, il quale con la massima stima e fiducia ha desiderato che rilasciassi l’intervista su questo tema. Un tema in molti casi, così sofferto e, talora, "ancora scottante", come è ancora oggi vissuta l'omossessualità alla luce delle implicazioni che riveste in molti settori della vita umana e che quindi necessiterebbe di un dibattito che preveda la presenza di più esperienze e professionalità