Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

giugno 2007

mostri ! sacri ?

Di  “mostri” conosco solo le psicosi, di

“sacri” solo gli dei……….

Dall’ Apocalisse di Spatuzzi

 

CAZZO!!!!!!!Tina……(tu sai chi sei e non c’è bisogno di presentarti….a chi poi?).

Non ho bisogno di nessuna riflessione, non me ne frega un tubo delle cacchio delle cose che i cazzi degli amici tuoi o, meglio, quelli che leggi come un acquiescente e reverente ipse dixit pensano che si potrebbe proporre per un futuro probabile.

Non me ne fotte un tubo di questi stronzi che hanno tradito ed a tal punto che oggi vedo tutti i malati come miei nemici: il più paranoico di tutti!!!!

Sto sul “cestello” del camion dei vigili del fuoco di questa chiavica di città e con un carabiniere ed un vigile in tre stiamo andando all’arrembaggio di un quarto piano di un palazzo posto in una strada straaffollata e di passaggio verso un tunnel: da giorni stiamo braccando un malato e quel coglione non si fa prendere ed io sto in attesa del mio uomo come se aspettassi un pusher per morderlo alla giugulare.

Oggi è la stretta finale, un duello al sole (vero), noi siamo di più e la lotta è impari, ma della vigliaccheria me ne faccio una forza, ti acciufferò e ti attaccherò su un letto d’un manicomio di soli otto posti letto tutti per uomini (uomini?).

Ma ti catturerò porco Giuda?

L’etica la morale sai dove me la sbatto o Tina????

Sai che qualcuno ha tradito o no? Forse tutti ed io sto qui a delirare sospettoso e diffidente di tutti ed anche di te a cui indirizzo questa ributtante cronaca.

Ebbene tre vigili a destra dall’appartamento della vicina, noi tre dall’altro lato, sette alla porta, il rubinetto del gas è stato chiuso centralmente dalla napoletanagas: non vogliono migliaia di morti.

Dove va la psichiatria si domanda il saggio.

Me ne sbatte a me che sono appena atterrato dal cestello e sto dandogli a parlare mentre quello mi manda affanculo tremila volte, intanto che delira allucinato parlando di culi e ani (Mil-ano, napolet-ani, Jesus vuol dire Yes, are us…) ed io mi affido al piediporco dei due giovani vigili robusti.

E’ questo il linguaggio schizofrenico sempre citato, ma mai letto da nessuno?

Lo catturerò questo bastardo e quando t’avrò preso sai che bomba di neurolettici ti sbatterò nelle chiappe!!!

Mostri? Chi i napoletani?

Sacri? Solo Gesù Cristo e la Madonna mi filano.

Questi cazzimbocchi che si alleano sempre con la parte ricca (non coltta, per carità!) della popolazione per fare i galli sulla ‘mmunnezza (devo tradurtela?).

Ci ho un’età e l’eroico psichiatra che cattura i mentecatti in genere è molto più giovane di me che sto a pochi anni dalla pensione (spero di non crepare prima): ci ho un figlio da allevare, poi s’arrangerà!

Gli eroi sono giovani come Ettore di Troia come Giasone col Vello d’Oro, ma gli altri giovani colleghi miei dove sono? Da questo cesto in alto non ne vedo alcuno. Figli delle scuole di specializzazione forse, invece di equitazione, e l’oro se lo vogliono mettere nella banca altro che vello.

Chi insegna a chi quando nei convegni e nei simposi satellite sento solo stregonerie, cose affermate senza prova alcuna, senza metodo scientifico, scaricate dal web i cazzi dei professorini pagati da Lundbeck che fa pure le armi in Svezia, ma annat’a cagare!!!!

Ecco sfondiamo l’ultimo ostio: non s’arrende ha messo un armadio davanti alla porta per fortuna i miei grossi carabinieri ci hanno gli anfibi, il giubbotto antiproiettile e il casco con gli occhiali di plastica infrangibile, ma vado avanti io con la mia camicia bianco-sporca (oramai) il portatelefonino di Luca Toni (sai chi è) gli occhiali Persol senza tergicristalli per pulire le sputazzate….

 

Ma sento l’odore del sangue, lo prenderò.

 

Ma la sua tattica è migliore della nostra, non avevo considerato che faceva conto, il matto, sull’effetto sorpresa-pregiudizio-cazzoincula-pirla della malattia mentale.

 

Annichiliti ci sorpassa.

 

Gli abbiamo rotto i vetri ma non ancora le palle: esce proprio dalla porta.

Non si fa fermare da un vigile urbano anziano, anzi gli molla un diretto che gli spacca le lenti.

E’ oramai in strada ed ha la canottiera e i mutandoni bianchi all’albertosordi e slalomizza tra le auto ferme dal traffico creato da noi stessi anche per il transennamento.

Cazzo non è un malato dei miei è un malato di quei colti professionisti ottimisti e di sinistra che vanno alle cene bene, se ne intendono di vini e parlano sotto i toni, ma non lo vedevano da febbraio e non lo visitavano da anni.

Tina non ho mai avuto mostri sacri…smettila di averne anche tu, porca troia, che sei tanto brava e stai in quella certa fase di stallo tra spiccare il volo e tenerti ancorata alla terra come una gallina…..perdonami.

Si corre, io in primis e davanti a tutti, è sabato mattina, è tardi e c’è nel traffico una macchina scintillante con autista e due sposini all’interno…….NOOOOOO!

Ma quel matto non li aggredisce.

La sequenza al ralenty è la seguente.

Si ferma l’omaccione di centonovantacentimetri col pancione.

Quasi sull’attenti come a un comando perentorio militare.

Guarda in alto.

Forse da dove il comando è partito.

Ci fermiamo pure noi e pure l’infermiere con un EN5mg + 2 Farganesse nella stessa siringa nella sinistra e due Entumin nella destra.

Pure i due carabinieri sono in strada.

Esattamente come l’Aida Yespica prima si toglie la canottiera.

Esattamente come  la Bundchen si sfila le mutandone.

(Son queste le tecniche della liberazione, prufessò?)

Rimane con la merce in mano (parva materia per la verità)

Poco ottundimento.

Siamo tutti su di lui.

Le iniezioni si fanno tutte e il liquido torbido come sperma entra senza manco che il mastogiorgio (devo tradurtelo Tina?) debba pigiare sullo stantuffo tanto forte veloce e violento è stato il vibrare della siringa paragonabile ad una coltellata, a più coltellate.

E’ nell’ambulanza, 24 ore di straordinario al suo solo autista del 118 che non ha voluto venire mandandoci la più scalcagnata dei carrettoni tipo quella degli accalappiacani senza ossigeno e senz’ariacondizionata.

Sto ancora dentro con lui che è pancia a terra con le braccia sul dorso ammanettato e continua a parlare dei fratelli ebrei e del talmud, mentre che suda come me e io gli prendo un lembo di lordo lenzuolo e me lo passo sulla faccia e il caposala quello stesso straccetto glielo passerà sulla sua che è più bella della mia e qualche anno fa’ bellissima, eroso com’è dall’ossessione dell’omosessualità e dall’omofobia ricchionesca, oggi s’è rovinato nell’affermare la sua virilità avendo baciato a pagamento 52 rumene, cazzo!

Ai froci che ti comandano piacciano le citazioni delle citazioni delle citazioni: lo farò anch’io che non comando nulla manco a casa mia:

“Dipendenza” è diventata una parolaccia: qualche cosa di cui la gente perbene dovrebbe provare vergogna.

Quando Dio domandò a Caino dove si trovasse Abele, Caino, adiratosi, replicò con un’ altra domanda – Sono forse io il custode?

 

 

Io sì, so chi sei, dove stai, fratello caro ed ho delle responsabilità su di te e per questo non ti lascerò libero di star male nella nostra progressistica indifferenza dell’altro da sé.

Totò avrebbe detto: “Ma mi faccia il piacere….!”

 

spatuzzi

...E INVECE E’ LA VITA CHE E’ UN CARCERE E SARANNO LE DONNE A TIRARCENE FUORI! (ultima parte)

Chi fa un lavoro come il mio, che non sto dietro ad una scrivania a trattare male l’utenza e non metto burocratici timbri e che, come Pasolini, coattivamente si sente attratto dalla periferia la quale non è solo un’espressione topografica, ovviamente sarà certamente duro (come anche oggi e come sempre il sottoscritto sarà) ma non può assolutamente permettersi di essere pessimista: con questo impopolare intervento di oggi si vuole solo contribuire a far sì che non si usca fuori tema, ricordando che mi secca assai, fino al fastidio fisico, il “citarsi addosso”, e che siamo qui per individuare proposte, ideologie, idee, utopie semplici, magari limitate, ma con cui effettuare operazioni finalizzate al benessere delle detenute, ma anche degli altri, racchiusi tutti, carcerieri e carcerati, in una rete troppo manichea di relazioni tra un interno claustrofobico ed un esterno ancora tutto da decifrare.

Insomma se non si sarà inteso bene, sarò ancora più esplicito nell’affermare che non riesco a trovare alcun’altra soluzione che non sia l’abbattimento del carcere quale monolitica ed unica remissione del debito, istituzione che collego e metto in relazione, forse qualunquisticamente, all’oggettivazione dell’uomo che avviene in un luogo fisico quale è l’istituto di pena.

Il carcere è un’istituzione estremamente funzionale al potere perché ne condivide le ideologie, quelle fondate su una cultura inevitabilmente collusa di violenza\autorità; cultura e ideologia che sin dall’asilo e con istituzioni ad hoc, si tende a trasferire pari pari sul bambino e sull’ignaro adulto, spesso privo di strumenti culturali e di esperienza per lui liberatori.

La sua metafora è la stessa di quella che vale per gli ex-degenti degli ospedali psichiatrici, ma anche per  i nuovi malati di mente deprivati.

Vuole riferirsi pure ai militari ed ai tutori dell’ordine e della pubblica sicurezza, figli del popolo come ci ricordò Pasolini ed anch’essi segregati, quali piselli delle leggi di Mendel, e condannati a recitare una parte impopolare, inefficiente, non dignitosa anche per essi stessi; comprende pure i bambini delle famiglie devastate, ma anche di quelle illuminate, illuminate più che altro da una coazione conformistica, e costretti ad uniformarsi a leggi di mercato dalle quali è bandito il calore ed il contatto dovuto a chi è piccolo, tenero e nasceva gentile; e la metafora non avrebbe voluto o dovuto far rientrare le donne anch’esse oggi recluse, talvolta persino da loro stesse, in ruoli e funzioni che non sentono come orgiasticamente corrette perché non assecondanti della loro natura, ma che la vivono solo come politicamente corretta, finendo per autostrangolarsi sempre con quelle dita appiccicose della difettosa virilità degli ometti, talora oggetto di culto e d’ imitazione.

Mentre invece è solo un tragico tranello quello in cui v’è sempre il rischio di sprofondare, in qualunque momento, per motivazioni spesso banali ed incongrue, talvolta paradossali rispetto al reato: per una devianza sia pur minima, per i milioni di trasgressioni diverse, qualora si finisca “dentro”, a tali reati corrisponde sempre il massimo della pena, vale a dire la massima esclusione e quindi la violenza più grande, quella che soffoca coloro che cascano nei suoi ingranaggi  e attorno  al suo mandato e alla vera funzione che esso espleta..

Volenti o nolenti dobbiamo prendere atto che il carcere non è un microcosmo a sé stante e autoriproducentesi, bensì riflette ed identifica fedelmente il sistema sociale all’interno del quale è comodamente allocato, pur riproducendone per filo e per segno le contraddizioni dell’ideologia culturale dominante la quale, pur essendo violenta, spesso mostra i suoi valori in maniera subdolamente non autoritaria, come se si presentasse col vestito buono della tolleranza bonaria.

Con questo alone di significato se da un lato esso finisce per rappresentare per il singolo individuo il peggior deterrente per i reati, dall’altro non funziona sulla prevenzione dei crimini o sulla loro reiterazione, bensì serve soprattutto a controindicare, fino al non dare scampo alcuno, all’autoaffermazione libera d’ogni singolo individuo che è portatore d’una sana originalità ed individualità, e che invece è costretto ad uniformarsi ed omologarsi e a non avere alcun diritto di libero pensiero proprio per lo spauracchio della esclusione totale che pervicacemente e con tecnica perversa, si perpetra all’interno delle mura carcerarie.

In questo modo l’uomo borghese trova drammatica conferma a quelle che sono le sue ataviche ed ancestrali angosce relative alla violenza potenzialmente sempre presente dietro ogni accadimento, facendolo vivere costantemente in una posizione di perenne insicurezza: se tutto questo non viene consentito di elaborarlo socialmente e quindi politicamente, ma in estrema solitudine individualistico-egoistica, il terrore crescerà in maniera esponenzialmente proporzionale all’incremento della criminalità stessa.

Questo poteva essere l’incipit ed il continuum d’un intervento che in fin dei conti finirei per apprezzare solo io, ma forse neppure io stesso accetterei, e quindi non andrò avanti. Vi dirò altro.

Anzi vi avrei dovuto raccontare storie, che oggi sono solo mie: vi avrei dovuto parlare dell’università del crimine che, come ognuno sa, è allocata al Ferrante Aporti per i minori o a Secondigliano per gli adulti, solo per fare un paio di nomi di “prestigiosi atenei”; vi avrei dovuto far vedere e toccare con mano quanti malati gravi sono degenti a Poggioreale e non in ospedale. E altre quisquilie di questo tenore

Si lo so, la legge del taglione non è mai veramente scomparsa dal corpus di leggi e normative delle idee del cervello umano oltre che nel suo DNA.

D’accordo la prevenzione, d’accordo la misura cautelare, d’accordo la giusta punizione a gran voce richiesta dai benpensanti, ma è veramente equo ed è possibile il recupero di chi stupra o di chi rifila un assegno scoperto se posti nello stesso letto a castello d’una claustrofobica cella?

Mi viene in mente ad esempio di comminare una specie di legge del contrappasso più civile anche se un po’ postmoderna.

Ho quindi potuto verificare di persona come dignitoso sia solo un lavoro di detenute all’esterno, ho potuto constatare come integrante sia solo la relazione di esse con l’esterno, di come salvifico per l’interno sia solo una terapia della rete con-tenitrice, quella sistemico-relazionale e rigorosamente esterna.

So bene di rappresentare un Savonarola del 2000, ma se non volevate una voce fuori dal coro, una voce assai antipatica, non dovevate invitarmi a parlare.

 

                                                             VINCENZO SPATUZZI 

"SOME GIRLS: non storie ma geografie femminili"

         ........e ancora di donne e di donne e di donne.....

Si raccoglie ciò che se ne dice in giro.....

         “ Well I followed her to the station

                  with a suitcase in my hand…“  

 

 

              

 “ When the train left the station, it

      had two lights on behind.

       …………………………………….

 Well, the blue light was my baby

    And the red light was my

               Mind.

   All my love’s in vain.

         All, all my love’s in vain.     *

 

*  da “ Love in vain “ ( Payne )  arrang. The Rolling Stones.

     La song è contenuta nel L.P. “ Let it Bleed “  DECCA- 1969

 

 

 

<<Se non avessi sentito il rock'n'roll alla radio, non mi sare accorto che c'era vita su questo pianeta>> LOU REED

Come primo ingaggio siamo stati a suonare in una fogna.

Il Makumba.

Dopo sei Jacks, il mio carburante, riesco a girarmi dalla parte del pubblico.

E che pubblico!

Tutti maschietti nella loro divisa, stivaletti neri militari, anfibi.

Ed è già tardi.

Le ragazze hanno già scopato e sono a casa a fare i piatti per la mamma.

Mamme che se le guardano con sospetto sotto le lenti bifocali.

Belle mamme golose, non vi sfuggono le pucchiacchelle delle vostre prime figlie.

Le bambine potrebbero aver provato?

Ma no, non è possibile.

Invidiose.

E se poi...Dio mio no.

Mamme arrapate di controllo e non di mariti con il giornale davanti e il telecomando puntato sulla tettona e non sul telegiornale.

Mamme davvero.

Meglio dormire un po' stanotte, come tutte le notti, con gli psicofarmaci.

Meglio voi, ragazzetti dark, che soffrire di gelosia perchè la bimba, la vostra bambina, vuole il padre.

In questo club si gela più che in strada. Matteo urla, ma la voce è rauca come quella del vecchio Cocker che s'è già fatto due litri di gin: altro che voce bellissima!

Lento si toglie prima il montgomery, poi la giacca, infine il pullover coi disegni norvegesi comprato al mercato dell'usato.

E' un sex symbol?

No, è uno schifo!

I ragazzi allora buttano gli occhi tutti su Maria svestendola anche di quel pezzettino di stoffa chiamato minigonna sulle gambe chilometriche.

Lei non li caca per niente e non li degna d'uno sguardo.

E fa bene, concentrata com'è sul suo ruolo, attenta a non sbagliare.

Ma se si fosse spogliata sul serio, noi avremmo potuto anche far finta di suonare che il concerto sarebbe stato meraviglioso.

Salvatore picchia velocissimo sulle pelli, poi crolla e il biondino vorrebbe vederlo morto.

Così zompa pure la base ritmica, quella che avrebbe dovuto farci da treno.

Marco è sempre Marco.

Uguale in tutto e per tutto a quel che è sempre stato: magico.

Se non ci fossi tu!

Il padrone del Makumba ci stacca la corrente.

La band è un drago che muore con i colpi della grancassa che danno l'ultimo respiro nel vuoto.

Rimangono vivi solo i tasti bianchi e i tasti neri del piano di Maria che si urtano senza significato.

In ultimo solo il chiasso infernale delle gocce delle sue lacrime che cadono sul Roland nel silenzio più totale come un rubinetto che perde.

Meno male che non abbiamo fatto patti col padrone e il compenso era basso.

Che scorno!

Raccogliamo con troppa precisione e riponiamo gli strumenti.

Li carichiamo lentamente sulle auto, avviamo e ce ne andiamo senza salutarci, ognuno per una strada diversa come le Frecce Tricolori.

Neppure il diesel riesce a superare l'esplosione di silenzio quando quello stronzo ci ha tolto la corrente.

ENZO SPATUZZI FECIT

UTILITA'

 

“…no, non credere, non invidiare chi vive lottando invano col mondo di domani…”  Luigi Tenco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...E INVECE E’ LA VITA CHE E’ UN CARCERE E SARANNO LE DONNE A TIRARCENE FUORI! (prima parte)

Poche, ma doverose parole di presentazione rispetto a chi sono, qual è il ruolo e la  funzione quotidiana che svolgo oramai da tanti, troppi anni.

Il mio posto è in trincea tra i malati, in uno sporco Servizio o seduto sulle sedie di formica delle cucine dei pazienti che di venire in uno studio non ne vogliono sapere, oppure accanto ad individui sdraiati su una barella di Pronto Soccorso ospedaliero chiamatovi per consulenza psichiatrica, nelle stanze dei servizi sociali circoscrizionali, in quelle delle invalidità civili per accompagnarvi degli infelici che, non sempre, ci fanno, nelle carceri minorili tipo Nisida o a Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli, nei manicomi giudiziari, o di guardia nei reparti di diagnosi e cura psichiatrici a sedare, controllare, contenere, attaccare malati che ho appena visto per la prima volta, a trattare psicosi di madri appena partorite, nelle claustrofobiche auto della Polizia o dei Carabinieri per andare ad acchiappare matti disgraziati, a salvare la pelle, e non solo il cervello, di maniaco-depressivi: insomma svolgo un eccitantissimo, drammatico e misero lavoro con i contro…fiocchi.

Tutto questo tedioso ed antipatico excursus per dirvi che è proprio dalla mia postazione di trincea, di frontiera, dietro le porte della percezione, ho invece l’opportunità di vedere in maniera privilegiata la vita come va vista, vale a dire con gli occhiali scuri e non con le lenti rosa.

Mi si dirà: almeno oggi non parlarci di malattie mentali o di disagio psicologico.

E infatti non lo farò e mi atterrò al tema.

Come già il titolo, così pure l’intervento che seguirà è senz’altro rientrante tra quelli retorici.

Ma non sempre essere retorici s’identifica con l’essere qualunquisti o col dire scontatezze in una forma ampollosamente estetizzante.

Ma siamo qui per esplicita volontà delle donne, universo che non aspetta la catastrofe, ma che ai primi segni di scivolamenti di faglie epistemologiche, ti pone la crisi sul tavolo e te la serve su un bel piatto d’argento.

Anche oggi essere donne in una società sessista non è totalmente un dispiacere, laddove una dura dialettica col maschio può far si che entrambi raggiungano obiettivi sin qui negati alle une e agli altri.

La condizione femminile in un sistema borghese e ancora patriarcale porta con sé un bollente contenuto ed un’appassionata forma di alterazione, modifica, riformulazione fino alla franca rivoluzionarietà di ideologie, idee, condotte e comportamenti…leggi.

Oramai mi sento di aver compreso appieno l’oppressione della donna: oppressione che è la stessa mia; ma oggi c’è da fare di più, vale a dire utilizzarne quest’antica rabbia, succhiare le potenti energie che il dolore e il male si portano appresso, stringere i pesanti grimaldelli delle gabbie con le dita appiccicose e incanalare forze ed energie scaturenti da tutto questo magma incandescente di consapevole dolore, in percorsi di cambiamento di se stessi e del sistema sociale in cui si nuota e di cui il carcere è l’espressione, l’epitome più significativa.

No, non mi riesce di rintracciare alcun palleggiamento di lavoro, integrazione e relazione “in rete” tra interno ed esterno, laddove l’interno è da ritenersi presumibilmente l’istituto di pena, il carcere.

Confesso che da quando entro ed esco dalle carceri, non ho mai smesso di pensare all’organizzazione di un’eterna ed apocalittica…”Fuga di mezzanotte” per i detenuti visitati, per le detenute angosciate, per i minori “borderline”, fino al desiderio utopico della evasione totale di tutti i criminali a cui è stata comminata la pena maggiormente afflittiva, come recita un gergo tecnico\settoriale di tipo giurisprudenziale.

Come per Dante, così per me sempre è risultata essere terrorizzante la discesa agli Inferi carcerari senza l’ausilio di uno zainetto di tolleranza della frustrazione, bagaglio indispensabile per chi fa un lavoro come il mio.

E così oltre alle mie idee ed esperienze personali e professionali, ho anche dovuto documentarmi per meglio orientarmi in questo luogo geometrico delle contraddizioni del sistema umano, quale invero è l’istituzione carceraria, l’ingranaggio più oscuro di ogni stato moderno, il buco nero di ogni aggressività individuale e di tutte le violenze dell’inconscio collettivo, recinto sacro del Male all’interno del quale si trovano entrambi, chi sta dentro e chi sta fuori, al di qua e al di là delle regole del gioco a cui si riferiscono segregati e segreganti.

Naturalmente mi si dirà che questo mio è un desiderio utopico e persino irrazionale vista la complessità dei fattori che si muovono dietro e dentro un’istituzione totale come quella carceraria, peraltro sono gli stessi attori che ne sottendono l’ambigua necessità e volontà all’interno del consesso civile.

E’oramai dato da me per scontato che in quello spazio non è neppure ipotizzabile che il detenuto\deviante\delinquente possa divenire protagonista della propria liberazione, al massimo può provvedere alla sua evasione, anche legale, tal quale un ammalato che talvolta può guarire, ma più spesso non può salvarsi.