Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

luglio 2007

PER QUALCHE “RADICALE” (+ o -) LIBERO

Il lavoro che svolgo consiste maggiormente nel dare una valida mano a chè le persone che mi si rivolgono, col tempo si affranchino sempre più dalla sofferenza, dai propri fantasmi, da babbuccio e mammina e,soprattutto, da me stesso.

Vorrei dare un minimo di contributo per far sì che romanticismi sentimentalistici d’un tempo oramai irrimediabilmente trascorsi, feriti a morte dalla storia e dai soldi, non gravino ancora su spiriti ed anime e (inconsci?) di brave persone che dal radicalismo come bandiera politica ne hanno mutuato nevrosi che finiscono per condizionarne non solo i pensieri e gli scritti, ma (Dio non voglia) anche gli agiti o, più semplicemente, operazioni intelligenti del quotidiano.

A chi mi chiede:

“Ma lei dottore, la fa la psicoterapia?”

Oscuramente, quasi in maniera sibillina, inevitabilmente rispondo:

“Ah…(interiezione)….io…insomma…vabbuò (se è dialettofono)…in genere…NON SO COSA FACCIO, MA SO BENE COME LO FACCIO….”

La nevrosi consiste nel fare guerre sante rispetto a dei trattamenti che se non imponiamo anche medico-legalmente il nostro esser progressisti è una bugia, uno sparo lontano e retrocediamo più indietro del secolo dei lumi.

Voglio letteralmente paragonare dei trattamenti curativi: l’insulina ad esempio versus psicoterapia.

Non ho mai avuto modo di riscontrare monomaniache campagne di stampa per l’imposizione da parte di internisti, specialisti delle malattie del ricambio e del metabolismo, o da diabetologi la prometeica fiamma dell’insulina per la vittoria sullo zucchero o, minimo, per far la vita meno amara. Non li ho mai visti riunire compagnucci (di merenda non fa d’uopo, vista l’eventuale iperglicemia di rimbalzo) parlamentari per far imporre ope legis un empatico\verbalizzante trattamento curativo buono contro il nevrotico disagio, ma poco usato contro una neurologica sindrome alterna.

Perché qualche gentilissimo e sornionissimo operatore dell’umana sofferenza psichica a un certo punto diventa la vestale della terapia della parola come mezzo di cambiamento, la vergine da offrire in sacrificio alle ricchezze di psicofarmacologi che con la pillola ti cambiano anche la personalità, l’eroe negativo della “passata di psicoterapia” qual passata di pasta del carrozziere visto che può lucidare l’autovettura, ma non eliminarne la ruggine (anche le vecchie ruggini) e le ammaccature della vita?

Non credo sia questo un novello rituale, talvolta anancastico, di cui è difficile scorticarsi pena la privazione di 3\4 del Sé, oppure il ruolo tipico della casalinga che se non fa queste “faccende” non troverà mai altro da fare nel suo regno costituito dalla cucina.

Ma una volta per tutte mi si spieghi, e non solo a me, non fa nulla che conto quanto il due di coppe a briscola, ma MI SI FACIA SAPERE AL PIU’ PRESTO SE TALUNI AUTODEFINITI PSICOTERAPEUTI SANNO BENE COSA FANNO E, SOPRATTUTTO, COME LO FANNO.

Non me ne vogliano le brave persone a me comunque sempre care e forse si può essere ancora garibaldini senza sventolare la camiciola rosso-sangue di Luca Coscioni.

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (seconda parte)

                            C’è una fabbrica delle donne.

                            E’ alla periferia di Kijev, Ucràina

 

Femmine vere non se ne fanno più.

Oggi le donne non si fanno più alla maniera tradizionale.

Le femmine false, ma che sono le più originali, anzi proprio l’imitazione è più vera dell’originale (ed è questa l’ipotesi che con questo saggio si vuol dimostrare scientificamente ed empiricamente) oramai, grazie a Dio, si producono solo in Ucraina, dalle parti della zona industriale di Kijev.                                                                            

Solo lì si usa ancora un procedimento di enginering alquanto insolito per i nostri tempi.

O meglio, il principio della loro produzione è davvero molto, ma molto antico.

Esso però col passar del tempo si è quasi del tutto perso nei paesi occidentali colonizzati dalla cultura anglo-americana e totalmente omologati dalla pace a stelle e strisce e dai meccanismi produttivi hi-tech.

Nella Kijev d’Ucraina, ex U.R.S.S., forse a causa dell’arretramento dei processi tecnologici industriali, s’è selezionato, quasi segregato fino a sembrare l’unico possibile, quel metodo antico per produrre femmine,le stesse che poi, crescendo, diventeranno donne, quel principio nato molti secoli fa’ in medio - oriente e che poi da quelle storiche lande s’è  diffuso nel mondo occidentale e cosiddetto civile, nella vecchia Europa in primis e quindi nel Nuovo Continente.

Così era stata fatta Rossana Dvajina Vasilevic, da Kijev per l’appunto.

Oggi ha ventinove anni e non vive più in quella città e risulta chiamarsi Rossana Esposito e basta.

                                    (continua, if you want)

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucràina

  

Femmine vere non se ne fanno più.

 

              (continua)            

              

 

Stavo solo provocando la vita, non perdevo tempo.

Ma potrei mai giocare a guardie e guardie, senza i ladri?

E proprio nella mutanda stavo venendo per l'assolo della "pietra rotolante" Mick Taylor di "Time waits for no one" che sborrava anch'essa dalle casse dello stereo.

Ero fermo al rosso dell'incrocio.

Un vento fastidioso si stava fumando la mia sigaretta passando dai finestrini aperti.

Alla ridicola fermata obbligatoria mi affianca un'auto scoperta. Non ho potuto fare a meno di girarmi verso questo ricchione che ha messo alla prova i suoi freni per non venirmi addosso.

Una tettona ossigenata mi sorride da pochi centimetri.

Il petto di questa bonona non mi fa sintonizzare bene il video sul conducente.

Mi devo piegare avanti di molti gradi per mettere a fuoco il naso dritto della faccia d'angelo al volante.

Quando pure lei si sposta, dalla camicia tutta aperta riesco a vedere l'abbronzatura del tipo su quel petto poco villoso.

E continuo a fissarlo finchè non volta gli occhiali da sole su di me.

Non mi imbarazzo e lo guardo ancora.

Peserà almeno un chilo la catena col crocefisso e il Rolex non costa meno di 15.000 €.

Pensavo a questo mentre lui teneva allegro il motore con due o tre ruggiti in successione rapida.

Ma lo specchietto mi proietta un paio di parabrezza cariche di facce che nessuna madre vorrebbe avere come generi.

Strombazzano nervosi, ma neppure un centimetro di più faccio fare alla mia station wagon.

Ci soffrono i pulcini coi baffi.

Che ti costa muoverti?

Me lo son voluto io questo bacio in bocca sul paraurti: non è forte, ma è un'ottima autopresentazione condita di primo avvertimento.

Scostumato, presentati anche tu.

Prudenza: non ero ancora arrivato a questa parola sul manuale intitolato "Pensa a campà'".

 

                               *  *  *

 

Quattro in una macchina e quattro nell'altra, totale otto frati francescani.

Embè, che fa?

I bimbi si guardano e s'intendono.

Nemmeno il verde prontamente uscito a salvarmi mi fa essere meno testa di cazzo.

L'auto scoperta con la bionda dentro riparte lasciando due chili di ruote sull'asfalto.

Per la completezza della presentazione, mi piazzo proprio davanti al muso della loro auto nera, così, conoscendomi meglio, non avranno più tanta fretta di ripartire.

    Levati davanti, coglione. ‑

Fa quello accanto al guidatore.

    Stai parlando di tua sorella? ‑

E' la mia intelligente domanda fatta troppo ad alta voce.

Ma a domanda non rispondono: così difficile è il quesito?

Quei due davanti pare non abbiano sentito e si guardano senza parlare.

Avrò fatto bene a sottotitolarlo alla pagina 777 per i non udenti?

La reazione di quelli seduti dietro non si fa attendere troppo.

Ma non hanno problemi di udito, forse di emorroidi: riesco appena a vederli uscire come per un forte bruciore in quel posto.

"Fifa e arena" era un film dell'attore più grande e tuttora vivente.

Ma per il momento chi fa la merda in culo sono io.

Che bello, è proprio paura fisica quella che provo!

Sensuale ed eccitante, mai provata prima.

Massiccia! Allevato e svezzato con paure provate solo da altri o lette sui libri.

Violenze solo descritte, pugni presi cacciando un fumetto dalla bocca con "gasp...uh...dann...": non mi hanno mai fatto nè caldo nè freddo.

E poi la tivù è fiction, il cinema ti turba un po', ma è pur sempre un falso e poi te ne vai a letto tranquillo.

Dove lo potrò mai andare a provare un brivido crudele?

Ha sempre pensato lo studente.

Di certo fisiche erano le angosce della morte.

Dolorosissima la paura di uscir fuori di testa impazzendo per sempre: la capa è una sfoglia di cipolla, s'è sempre detto.

Ma la morte o la pazzia, anche se terrorizzanti, erano sempre solo temute e mai assaggiate.

Mai le avevo potute guardare in faccia, solo apparente la minaccia.

Stavolta no.

Si poteva arrivare fino ad uccidere di lì a poco e senza un  serio motivo.

Per questo me lo godevo tutto il rischio.

Assaporavo la paura buttandola giù giù nei polmoni come una bella boccata di fumo.

Tremavo sì, sbandavo pure, ma il cuore era impazzito veramente e ci aveva ragione stavolta: è stato mai logico sbandare per gli occhi azzurri di una troia?

E mi sentivo vivo, Gesù.

Pure lui si sarà sentito così sulla croce, uomo davvero e non più figlio di Dio. Carne di uomo, sangue di uomo, dolore di uomo e non più ostia vivente. Incazzato nero col Padre, eppure rassegnato.

Come me ora, arrivato al punto del non ritorno una volta cadute tutte le distanze.

E quando finalmente è arrivato il primo cazzotto devo aver sorriso, felice d'aver messo anche questo bollo sulla patente di uomo.

spatuzzi

“ Iss’, essa e ‘o malament’ ”: sono Brian, Mick & Keith (The Rolling Stones)

Oggi mi va di fare un colpo di stato.

Non parlerò di Sua Maestà Satanica Mick Jagger, bensì del suo luogotenente, gemello, alter ego (più ego che alter), riff-man, vale a dire di Keith Richards.

Nel mondo del rock ci sono stati sempre personaggi che hanno incarnato chi l’angelo, chi il bello, chi il lupo solitario, l’intellettualoide, il travestito, l’alternativo, il sesso.

Keith è il cattivo, il violento, il “fetente”, l’anima nera del rock e non solo nel senso delle radici che sono alla base della sua ispirazione.

Il viscido, allampanato Richards dai denti “fracichi”: la vera animaccia delle Pietre, al di là della mistica di Jagger, è proprio lui.

Jagger nel suo autocompiaciuto mito sconfina dall’umano ed entra nel diabolico o nel divino: scegliete voi.

Keith riassume in sé la maggior parte dei difetti umani, ma, occhio, ho detto umani e lo sottolineo: Keith è carne e sangue, resta un uomo e questo me lo avvicina.

Del resto da sempre nella storia degli Stones ci sono da sempre gli ingredienti ed i personaggi, consentitemelo sono di Napoli, della sceneggiata: Iss’ (il buono) è Brian buonanima, essa (la donna amata e talvolta perfida) è Jagger (scusami Mick!) e ‘o malament’ (il cattivo) è Keith.

Ma chissà perché nelle sceneggiate ho sempre provato molta più solidarietà per l’odiato che in fondo è la vera vittima visto che non vince mai, lo scardinatore di valori, magari al suono di “Brown sugar”.

 

Spatuzzi pubblicò su “Ciao 2001” del 11\10\1981 - n° 41 – Anno XIII - £ 800

ROLLING STONES A ROMA: presente!

Quando uno come Mick Jagger nel corso d’un’intervista rilasciata nel 1966 dice al giornalista che oramai lui e i nipoti dopo soli tre anni di rock possono vivere da milionari (di sterline!) fino ai 100 anni compiuti, ancor più inspiegabile sarà rivederlo il 6 luglio 2007 allo stadio Olimpico di Roma mentre zompetta urlando che….” non riesce a provare soddisfazione e ci prova e ci prova e ci prova….” (I can get no Satisfaction) a pochi giorni (26 luglio) dal compimento del suo sessantaquattresimo anno di vita.

A questo punto c’è un’unica e doverosa spiegazione che si sintetizza in una parola: PASSIONE.

Passione per la carne, per il sesso, per la carnascialesca esperienza delirante che è la vita, ma passione anche per l’anima (psiuchè), per la musica, per le groupies, per i gioielli, per quella nota che come dice l’altro gemello scintillante (the glimmer twins) Keith Richards (18\12\1943), l’anima nera delle Pietre, che cominci a sentire quando il suono è finito, visto che il suonare è come la scultura: “è per levare”.

Ma soprattutto perché non saprebbero fare altro.

E quando uno non sa fare altro è degno di massimo rispetto visto che quel job, quel lavoro è tutta la sua vita e non suonare significherebbe morire pur sotterrato da cumuli di $$$$$$$$!

Ho ancora nelle orecchie otturate il sitar di Brian Jones che inaugurava Paint it Black ed era il 1967 e vivevo in un’afosa periferia d’una provincia deprimente, ma soprattutto, avevo 12 anni e di Claudio Villa o Morandi proprio non ne volevo sentir parlare.

Uno che s’incazza nel mentre quasi ti ordina di dipingere il mondo di nero è degno di massimo rispetto, specialmente per un adolescente che il nero ce l’aveva dentro e avrebbe dovuto proiettarlo all’esterno e non c’è mai riuscito, manco adesso nel mezzo del cammin della sua vita.

Ecco la spiegazione che mi viene facile facile: gli Stones sono l’adolescenza o, meglio, gli adolescenti, ed è per questo che ho speso una barca di € per godermeli domani in perfetta solitudine per meglio celebrare il rito mai del tutto compiuto della mia adolescenza mai del tutto terminata.