Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

agosto 2007

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (quinta parte)

Quanti anni avrà potuto avere Rossana in questo antico aneddoto ripreso dalla custode dell’istituto con scarso profitto frequentato dalla bambina?

Dieci anni?

Che ne poteva sapere lei che il bambino è un perverso come la psicanalisi ha oramai aperto gli occhi anche ai benpensanti. Ma dovette immediatamente percepirlo anche quel giovane maestro supplente da lei solo guardato fissamente e senza mai scrivere un rigo sul quaderno delle cose che quello dettava alla classe.

Rossana capì.

Il professorino doveva sposarsi alla fine dell’anno scolastico, al culmine della tiepida estate Ucràina. Ma non era felice. Non amava la figlia del provveditore con cui l’avevano fatto fidanzare, ma la giovanissima cugina Rajissa con cui aveva fatto le prime conoscenze ed esperienze sessuali…mai più nulla fu più eccitante di quelle volte lì, proprio con la cugina di primo grado.

Triste e drammatico il ripiego matrimoniale con una donna buona, affettuosa, anche ricca, ma non crudelmente perversa come la cuginetta con cui era stato con la complicità delle ripetizioni scolastiche.

Rossana capì tutto e specialmente quando Andreij (questo è il nome che daremo al maestro elementare) andò nel bagno.

Egli dopo aver urinato stava lavandosi le mani.

Lei lo aveva seguito, ma non fu attirata dalla curiosità infantile di spiare un giovane uomo che urina, ma dall’attrattiva che esercitavano quelle sue due lunghe mani che si passavano la saponetta più e più volte sfregandosele forte e così energicamente che la schiuma di quel sapone pareva esser diventata una densa e persino appiccicosa crema chantilly. Quell’uomo si stava lavando le mani proprio come un chirurgo prima d’un intervento e con una smorfia di disgusto fin troppo facilmente leggibile sul suo volto.

Rossana che gli stava silenziosamente di spalle in quella toilette  igienicamente imperfetta, guardava fisso quel giovane riflesso nello specchio che si martoriava le affusolate estremità, come il suo cuore che presto sarebbe andato al martirio anch’esso.

Rossana fece qualcosa.

Come aveva sempre fatto.

Così lunga e spilungona com’era per l’età, senza una sola parola gli aprì la patta del nero pantalone e ne estrasse lo strumento mortificato e se ne prese cura mentre quello pareva paralizzato e  gli riusciva di fissare nello specchio solo la saponetta da lui sempre più serrata in quelle mani pallide e oramai pulitissime.

Tutto sarebbe andato bene, finalizzato com’era all’antica necessità del corpo

che Rossana aveva percepito, se dietro entrambi non ci fosse stata l’inorridita custode: senz’alcun traumatismo si sarebbe realizzato al meglio il miracolo di dare alla gente ciò che vuole, ciò che le serve.

Nonostante lo scandalo peraltro subito insabbiato, Rossana proseguì nelle sue “missioni”, nelle sue azioni

(buone?), anche nella vita d’ogni giorno.

                        (continua if you want)

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (quarta parte)

Tanto per cominciare è andata a cancellarsi quei due opprimentissimi cognomi, perdendo così il patronimico Vasilevic, ma anche la Dvajina.

Ma fece di più.

Come tutte le vere imitazioni delle femmine originali non volle ascoltare e quindi capire nessuna parola che la gente diceva quando le parlava.

Si fidava solo di ciò che vedeva, di come le persone pronunciavano le  parole, dei gesti che facevano, della posizione dei loro corpi nello spazio.

Così che gli atteggiamenti più svariati e differenti erano da lei immediatamente decodificati per quello che erano, senz’altra sovrastruttura verbale significativa o significante.

Il corpo non parlava, agiva.

Solo un po’ la musica era per Rossana oggetto di un certo interesse, ma unicamente perché poteva non intuire, ma sapere quel che il musicista voleva comunicare quando suonava o dirigeva un’orchestra.

Perché per lei tutto era sempre finalizzato ad un’azione.

Da piccola capì che sua madre era la madre perché le metteva del cibo sul tavolo, anche se quella poverina aveva dovuto prima scrivere una lista della spesa, poi rileggerla più volte, quindi aveva dovuto scrivere su un altro quadernetto nero tutti i nomi delle minestre e poi su di un altro i nomi delle pietanze per poterle cucinare dopo averne finalmente capito con un sorriso il significato.

Il papà, Vasilij, da lei scrutato nei pochi anni della sua permanenza in quella casa e sulla terra, era da Rossana annoverato tra i maschi perché non si sedeva come loro, come le femmine, quando urinava, ma apriva all’inpiedi quel rigonfiamento del pantalone stando di fronte al water.

Ritrovò sé stessa nel genere femminile quando dovettero lavare più volte il lenzuolo lordato di quella macchia di sangue sgorgata dalla  sua fessurina che come un canale d’irrigazione spartiva la coscia destra dalla sinistra.

Di lì a pochissimi anni avrebbe compreso l’importanza di quel taglietto e la splendida funzione che aveva, quando persone del genere maschile come il padre le sarebbero apparse felicissime di soffrire mentre l’irrigazione la facevano per davvero e proprio in quel suo canale.

Rossana non guardava soltanto per poi poter sapere, ma toccava, si toccava.

Facendo quest’operazione davanti allo specchio apprese ch’era morbida, specialmente in due parti sul torace e, più giù, sui fianchi.

Dagli sguardi dei ragazzi e poi sempre in futuro, da quelli dei maschi d’ogni età, veniva a conoscenza che di quelle protuberanze la cosa più importanza non era solo la soffice morbidezza, ma anche la forma armoniosamente procace e più femminile che si può sui 173 centimetri di altezza scheletrica, la quale provocava un dolce richiamo su tutti anche senza la sua volontà…

All’inizio.                                   

Ultimi giorni delle scuole primarie.

                                   (continua if you want)

" Hey Ben*...è questo che intendi per relativismo?"

 

 

"...il disagio esistenziale di cui un po' tutti sono portatori in questo tempo è sicuramente sintomo di una nuova evangelizzazione secolare in cui le proibizioni del decalogo sono subordinate al vangelo  della realizzazione dei desideri individuali."

 

Spatuzzi ha liberamente tratto e pro domo sua modificato una considerazione di Rupert Loewentein, principe e consulente finanziario.

* Ben è l'affettuoso diminutivo con cui si vezzeggia Papa Benedetto XVI

 

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (terza parte)

Così era stata fatta Rossana Dvajina Vasilevic, da Kijev per l’appunto.

Oggi ha ventinove anni e non vive più in quella città e risulta chiamarsi Rossana Esposito e basta.

 

Sua madre di nome faceva Antigone Dvajina Matveic e aveva sei fratelli tutti morti nell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Ancora fino ad un anno fa’ questa signora di mezza età pensava che le parole scritte e soprattutto la letteratura, tutta quanta, erano più importanti delle parole pronunciate verbalmente.

Si racconta che sin da piccola quando le parlavano non capiva nemmeno il senso di quanto le veniva detto; allora prendeva un quaderno, uno di quelli con la copertina nera, il bordo rosso e i righi della terza elementare e lì dentro trascriveva a piccole frasi tutto quanto aveva percepito. Poi ne rileggeva il contenuto una, due, tre, quattro, cinque volte e sorridendo riusciva a capire ogni significato di quelle parole che oralmente per lei erano del tutto prive di valore.

Così quella donna piuttosto ignorante finì per convincersi che la letteratura e, soprattutto la narrazione di opere e romanzi, nella vita è tutto, l’unica cosa che esiste.

Quando terminò di rileggere per la quarta volta il Cyrano de Bergerac decise che alla sua prima figlia avrebbe dato il nome di Rossana.

Così fece.

La biondina Rossana, così dicono gli anziani dalla cui viva voce ha appreso e messo su nastro queste scarne e un po’ incredibili notizie l’estensore di questo scritto quando è andato in Ucràina per documentarsi, sarebbe nata da Vasilij, il solo giovanotto del quartiere che, per timidezza, aveva fatto pervenire ad Antigone una dichiarazione d’amore per iscritto, l’unica che la giovane Antigone avesse capito, malgrado di altre profferte e persino di proposte di matrimonio ne avesse avute tante e da giovani anche bellissimi e con solide posizioni alle spalle, i quali però avevano l’unico handicap di parlarle e di non sapere o volere scrivere.

Rossana (si sa come son fatti i figlioli, sempre tutti un po’ oppositivi verso i genitori) col tempo non ha voluto saperne né di parole, soprattutto di quelle scritte, e nettampoco di racconti, romanzi, narrativa o quant’altro.

Tanto per cominciare è andata a cancellarsi quei due opprimentissimi cognomi, perdendo così il patronimico Vasilevic, ma anche la Dvajina.

Ma fece di più.

                            (continua...if you want)

P.P.P.: “…Quindi -placatasi la necessità sociologica- io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia”.

La periferia è una categoria della mente.

Non è solo, forse non è più, un’indicazione topografica.

La periferia viene immediatamente individuata quando se ne fa un’esperienza diretta, esattamente come lo spazio, il tempo, la lunghezza, la larghezza, il peso.

Se aspetto una donna sotto un lampione e questa ritarda ho immediata percezione del tempo.

Se con i polpastrelli tocco l’abbandono ho l’immediata percezione della periferia come categoria del pensiero e non in altro modo.

Senza preamboli e lungaggini, ma riprendendo le suggestioni di P.P.P., anch’io mi sento coattivamente attratto dalle periferie, forse ne sono solo sedotto.

Non ne ho per forza un cattivo concetto.

In me non c’è necessaria iconografia della periferia rappresentata dal degrado.

Vi sento l’eccitazione delle pulsazioni disarmoniche delle energie, persino buone, non oleografiche, vibrazioni.

Sono le periferie utili fabbriche di forze non necessariamente da incanalare, come i suoi giovanotti non necessariamente e non per forza accidiosi consumatori di giochi senz’arbitro alcuno.

Un minore alla volta mi può forse lasciare intendere il suo disagio. Ciò mi addolora.

La periferia è quindi ripugnante solo quando c’è l’abbandono.

Sempre ributtante è invece il centralismo dirigente perché ha lo scopo e il fine di evitare, emarginare, abbandonare.

Il centralismo consapevolmente si fa le leggi che servono per evitare, emarginare, abbandonare e progettare nuove periferie riparative solo delle emergenze.

E’ il centralismo che è periferizzante

 

Spatuzzi