Tanto per cominciare è andata a cancellarsi quei due opprimentissimi cognomi, perdendo così il patronimico Vasilevic, ma anche la Dvajina.
Ma fece di più.
Come tutte le vere imitazioni delle femmine originali non volle ascoltare e quindi capire nessuna parola che la gente diceva quando le parlava.
Si fidava solo di ciò che vedeva, di come le persone pronunciavano le parole, dei gesti che facevano, della posizione dei loro corpi nello spazio.
Così che gli atteggiamenti più svariati e differenti erano da lei immediatamente decodificati per quello che erano, senz’altra sovrastruttura verbale significativa o significante.
Il corpo non parlava, agiva.
Solo un po’ la musica era per Rossana oggetto di un certo interesse, ma unicamente perché poteva non intuire, ma sapere quel che il musicista voleva comunicare quando suonava o dirigeva un’orchestra.
Perché per lei tutto era sempre finalizzato ad un’azione.
Da piccola capì che sua madre era la madre perché le metteva del cibo sul tavolo, anche se quella poverina aveva dovuto prima scrivere una lista della spesa, poi rileggerla più volte, quindi aveva dovuto scrivere su un altro quadernetto nero tutti i nomi delle minestre e poi su di un altro i nomi delle pietanze per poterle cucinare dopo averne finalmente capito con un sorriso il significato.
Il papà, Vasilij, da lei scrutato nei pochi anni della sua permanenza in quella casa e sulla terra, era da Rossana annoverato tra i maschi perché non si sedeva come loro, come le femmine, quando urinava, ma apriva all’inpiedi quel rigonfiamento del pantalone stando di fronte al water.
Ritrovò sé stessa nel genere femminile quando dovettero lavare più volte il lenzuolo lordato di quella macchia di sangue sgorgata dalla sua fessurina che come un canale d’irrigazione spartiva la coscia destra dalla sinistra.
Di lì a pochissimi anni avrebbe compreso l’importanza di quel taglietto e la splendida funzione che aveva, quando persone del genere maschile come il padre le sarebbero apparse felicissime di soffrire mentre l’irrigazione la facevano per davvero e proprio in quel suo canale.
Rossana non guardava soltanto per poi poter sapere, ma toccava, si toccava.
Facendo quest’operazione davanti allo specchio apprese ch’era morbida, specialmente in due parti sul torace e, più giù, sui fianchi.
Dagli sguardi dei ragazzi e poi sempre in futuro, da quelli dei maschi d’ogni età, veniva a conoscenza che di quelle protuberanze la cosa più importanza non era solo la soffice morbidezza, ma anche la forma armoniosamente procace e più femminile che si può sui 173 centimetri di altezza scheletrica, la quale provocava un dolce richiamo su tutti anche senza la sua volontà…
All’inizio.
Ultimi giorni delle scuole primarie.
(continua if you want)
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