Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

settembre 2007

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (ottava parte)

Ci si prova ora ad andare sulle piste di Rossana sui percorsi italiani al sottoscritto maggiormente familiari.

Chi proviene dai frustrati e derelitti paesi dell’Europa dell’est, lavorativamente non può che adattarsi a ciò che il mercato offre e malgrado la persona non sia qualificata per le attività più richieste ed abbia persino studiato.

Andò così anche per Rossana che, come primo inserimento, non trovò altro che esser presa come “governante” in una casa borghese della Milano da bere.

Padre, sales and importation manager (tabacchi), madre quarantacinquenne, donna che, vista di spalle, non dimostrava che diciotto anni, due figli, un maschio, Maurizio, quattordici anni e una femminuccia, Carolina di dieci, che sembravano entrambi essere appena usciti da una pubblicità del Mulino Bianco.

Rossana non si trovò male in quella splendida casa della Brianza.

Più utile sarebbe stato apprendere come si trovassero con lei i suoi “padroni”. Questo non è dato sapere vista la perenne assenza del salesman e l’altrettanto vorticosa attività erotica della signora che la portava di volta in volta nei letti d’albergo e nei beauty farm, nelle garconnieres del centro e nelle palestre alla moda. Forse bisognerebbe chiederlo a Carolina (dal sottoscritto regolarmente intervistata) che purtroppo da subito nutrì un’inevitabile idiosincrasia per chi, come Rossana, non era prodiga di moine e non scattava sorridente a raccattare il telecomando della TV scivolato dalla poltrona su cui la bellissima bambina bionda si teneva aggiornata in essa stravaccata.

Non rimaneva che Maurizio, di cui nessuno ricordava il tono della voce visto che dopo aver detto in casa la prima parola (Pokemon!) questa fu anche l’ultima che pronunciò in famiglia, tanto che smilzo, biondo, ceruleo fu subito fatto condurre da neuropsichiatri infantili che vanno ancora oggi per la maggiore e da psicologhe, note perché rispondono alle lettere delle lettrici

sulle riviste femminili. Si pensava automaticamente all’autismo, malattia mentale degli efebici adolescenti di famiglia ricca.

Non era così.

Si ricorderà che Rossana non amava le parole, preferiva comunicare coi fatti, le sue “buone” azioni. Questo atteggiamento invogliò un giorno il giovane rampollo di famiglia bene a strizzare gli occhi seriosissimo mentre  estasiato fissava le tette di Rossana sconvolto dalla loro grossezza e dai capezzoloni scuri fascinosamente contrastanti con lo snello corpo d’avorio dell’ex sovietica che nella sua camera stava togliendo la polvere dalla play station.

Rossana si guardò il petto e poi anch’ella fissò gli occhi vampireschi per la troppa masturbazione di Maurizio e fece subito l’infallibile diagnosi sfuggita ai famosi specialisti di psicologia dell’età evolutiva.

Ed anche la terapia.

Senza smettere di fissarlo nei laghetti alpini dei suoi occhi iniziò a liberarsi di tutto e poi a fare lo stesso con lui, ma senza mai toccarne la pelle. Con un gentile gesto autoritario lo invitò a leccarla tutta,  senza una sola parola. Quando la sua fighetta fu al punto che fin troppo accuratamente è stata descritta nelle pagine precedenti, si staccò da lui che rimase con la bocca aperta, ma tappata da una gelatina simile a quella della Simmental.

Quello fu il segnale che ora toccava a lei passare all’attacco.

Così si assestò sul suo oramai enorme uccello che pareva quello d’un fabbro e non il pistolino dell’agiatissimo adolescente muto, ma… “che si faceva capire quando voleva” (citazione da Vasco Rossi N.d.R.); il guaio di quel ragazzo era che solo Rossana l’aveva capito bene e per questo con l’ultima goccia di sperma succhiò via tutto il marcio di quel cervello poco comunicatore.

Rossana non riuscì mai più a portare avanti il ciclo di “terapie”.

Carolina era dietro la porta.

La sera stessa lo fu anche Rossana, ma fuori della porta di ingresso di quella casa.

Maurizio oggi è iscritto ad un master di scienze delle comunicazioni.

Milano non fece più al caso di Rossana.

Napoli va bene per tutti e tutti si adattano a questa città come plastilina.

                              (continua if you want)

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (settima parte)

Più tardi la ragazza oggetto di questo scritto ha frequentato l’Istituto Statale di Educazione Fisica per diventare insegnante di ginnastica nelle scuole.

D’altra parte era la più forte mezzofondista della regione, ma di questo non pareva trarre granché soddisfazione: le riusciva di fare ottimi tempi persino senza lunghi allenamenti.

Ma come le altre sue compagne  riempiva il resto della giornata facendo la contabile in una fabbrica che produceva acciai pesanti diretta da un ingegnere peraltro inserito pure ai vertici del Soviet di Kijev.

Quell’uomo brizzolato come si potrà intendere, godeva d’un potere enorme, ma non disponeva di beni più naturali, spontanei, quotidiani, di quelle cose che danno tenere gioie familiari.

Insomma non riusciva ad avere bambini e non solo dalla moglie. Quest’assenza di atteggiamenti teneri che si possono sperimentare solo con i propri figli per poi poter entrare a far parte del  patrimonio di atteggiamenti che pure contribuiscono a costituire la personalità d’un uomo, dovè osservare Rossana la prima volta che si trovò al  cospetto del suo capo e in perfetta solitudine  nel suo ufficio.

Anche a quel manager, a quel politico non sfuggì il muto sguardo della ragazza che incrociò. Poi come tutti passò in rassegna ben altre parti di quel

corpo anch’esse estremamente parlanti fasciate com’erano da una gonna a quel tempo posta ben al di sopra delle ginocchia.

Rossana tornò più volte in quell’ufficio ed anche quell’uomo trascurò un po’ di più la carriera politica. Finché un pomeriggio senza che nulla lo lasciasse presagire Rossana si sedette sull’imponente scrivania dopo aver portato sui fianchi i lembi della gonna (lo slip era già in borsa) e alzò le chilometriche cosce proprio perpendicolarmente al piano della scrivania.

L’uomo incurante dell’assenza di privacy le fu subito addosso pronto a prendersi con avidità, anzi con voracità quella polpa già umidissima così   gentilmente offerta senza che ne avesse neppure fatta richiesta o imposto con costrizione, come a lui era sempre capitato in passato di dover fare.

Rossana lo accolse subito, ma altrettanto improvvisamente si liberò di quel pene autoritario. Lui guardava incredulo la donna, l’unica che osava rifiutarsi. Poi la prese di nuovo e lei lasciò fare, per staccarsene subito dopo.

E così per altre sei volte.

Ogni volta quello veniva disorientato da quella persona, una donna poi, che osava dettare le sue personali regole del gioco.

Al settimo allacciamento fu lei ad avvinghiarsi alle potenti natiche dell’uomo nel mentre che dava respiri così lunghi da sembrare infiniti nel corso dei quali l’addome pareva scavarsi così tanto da combaciare perfettamente con la colonna vertebrale. Quasi avesse il controllo su tutto, Rossana pareva dettare legge al suo cuore, ai polmoni, persino al sistema neurovegetativo involontario e, da ultimo, controllare anche il suo utero. Questo giovane utero, come una zampogna, al momento che l’uomo a lei appiccicato e tenuto sigillato dalle sue atletiche mani se ne venne, si succhiò come in una potentissima inspirazione tutto il suo seme oramai potenziato e fertilizzato dalla spontanea strategia posta in essere da Rossana, quella del darsi e negarsi più volte.

Questo è il racconto che al sottoscritto ne ha fatto la moglie di quell’industriale che solo a lei rivelò tra le lacrime lo stupefacente andamento di quel pomeriggio e che, dopo nove mesi, portò un frutto squisito, un maschietto a cui Rossana impose il nome di Khristos.

Questo bimbo oggi ha nove anni e continua a vivere a Kijev nella lussuosa casa di quel manager allevato teneramente dalla di lui moglie.

Del figlio Rossana non ricorda neppure il colore degli occhi alla nascita visto che dopo pochi giorni, senza che nemmeno le fosse venuto il capoparto, se ne volò in Italia con un permesso di soggiorno turistico doverosamente procuratole dal padre.      

Milano, Italy.

                            (continua if you want)

LOVE IS STRONG (ma tu vedi che si passa arrivando a un passo dalla passione…!) & I GO WILD…

 

"...e restò là fino a mezzanotte, senza sapere  perchè,  per vigliaccheria, per imbecillità,  nella speranza confusa che accadesse qualcosa  di favorevole al suo amore."                                                                                  

 

                         Gustave Flaubert

                    L'educazione sentimentale

 

 

 

Eros in psicanalisi è il nome dato da Freud all’istinto di vita, contrapposto a thanatos, l’istinto di morte, ma Eros partecipa anche del significato di libido, quest’ultimo inteso anche come l’insieme degli istinti di conservazione.

Più comunemente tale sostantivo è assimilabile al termine amore e quindi, per erotico s’intende l’aggettivo amoroso il quale sottende necessariamente l’amore, specie quello sensuale.

Ne discende che l’erotismo può contenere l’insieme degli istinti, dei desideri, delle manifestazioni relativi alla sfera sessuale: per dirla più sfacciatamente esso può anche rappresentare una particolare propensione verso il godimento di tipo sessuale e può persino discendere da un piacere che proviene dall’eccitazione di alcune zone corporee (erogene), al punto che, in specie nel parlar colto, l’erotizzazione finisce per configurare l’attribuzione a un qualcosa d’un significato sessuale.

Ricominciamo da capo perché in realtà sono maggiormente interessato scientificamente, umanamente e culturalmente a tutto ciò che invece è estensione della significanza “eros”, a ciò che dall’erotismo si diparte, agli effetti, anche collaterali ed indesiderati, che dall’eros conseguono, e persino a ciò che all’eros si contrappone per travestirsi da thanatos finendo così per trasformare l’amore in morte per il brusco arresto dell’assaporamento d’uno stato di felice benessere amoroso, ma anche per la consapevolezza della perdita ineluttabile di quello stato, oltre che dell’amato bene, facendo così deflagrare “l’investimento erotizzato” (GULP!!!!)

Facilmente si potrà intendere quanto provocatorio e paradossale sia per me il detto “Comandare è meglio che…”.

Solo atti eroici (non erotici) in vista d’una missione superiore e che li trascenda, hanno consentito ad Enea di abbandonare Didone e quella “s’è arsa” di passione e a Giasone di riprendere la ricerca del Vello d’oro e Medea gli ha dato in pasto (oralità erotica?), i figlioletti. Alla fine degli anni sessanta ad entrambi i figli dei fiori, seguaci del Flower power, avrebbero risposto: “Fate l’amore, non la guerra”.

Anche le arti visive e cinematografiche in particolare ci mettono in guardia rispetto a quale inevitabile discesa di tutti i gradini dell’abiezione oltre che dello status sociale, possa incorrere chi, come il povero professore nell’ Angelo Azzurro,  venga trafitto da un ossessivo desiderio erotico come quello per Marlene la quale proprio questo ha incarnato per quasi tutto il secolo scorso.

E pure in mio soccorso mi viene Shakespeare con il suo “Romeo e Giulietta”: 16 anni lui, 14 lei e in quella tragedia, si ricorda, son morti violentemente ben cinque personaggi compresi i protagonisti (Mercuzio, Tebaldo, Paride). E tutto questo perché? Il genio di Stratford on Avon nella sua potenza creativa ce lo fa solo indurre intuitivamente; cos’è che aveva trasformato l’amore in morte e di cos’era metafora quella tragedia (per Laplanche la metafora è assimilabile allo schema della rimozione) e perché in quella enigmatica forma retorica? In buona sostanza, cos’è che ci ha voluto comunicare Shakespeare “tra le pagine chiare e le pagine scure” ?

Ma si…proprio lui…l’urgenza dell’appagamento del desiderio, del godimento che non è possibile dilazionare e l’esemplificazione metaforica è proprio quella del piacere erotico, quello di specie apparentemente più bassa, di cui pare facilissimo fare a meno, ma che purtuttavia urla le sue esigenze.

Così Shakespeare è riuscito con la letteratura a coniugare l’Eros col Thanatos: non è l’orgasmo definito come petit mort dagli autori francesi?

Uno degli “effetti collaterali”, per la verità non infrequenti, che dall’Eros conseguono talvolta inevitabilmente, finendo addirittura per rivolgersi contro l’erotismo stesso e ad esso contrapporsi, è la Passione.

La Passione come più spesso la intende chi scrive, non corrisponde affatto ad un felice stato di benessere sensuale.

Essa non è identificabile con l’innamoramento, non è l’amore e forse non è neppure il piacere o il godimento erotico.

Se l’etimo scaturisce da patior, soffro, d’emblée ne vien fuori una spiegazione altra.

Passione è quella di Cristo nella settimana contraddistinta per l’appunto col termine di Passione…”

Così come avviene per un investimento umano contraddistinto e fortemente segnato dalla passione erotica: soffro per lei \ lui, se non c’è, ma anche, talvolta, quando c’è e, quando se ne va, seppur temporaneamente, è come se non avessi nulla, l’ ho persa\perso…che starà facendo in questo momento?…si starà soddisfacendo con un'altra\altro? Sono stato piacevole…all’altezza della situazione…? No di certo. Angoscia, anche di prestazione, dolore lancinante è la sua mancanza dalla mia vita, anche quando è ancora lì, presente, a portata di mano.

La passione erotica si porta appresso altri effetti quali il tradimento, l’infedeltà, il perdersi nel vortice di tutti gli incantesimi e fascinazioni legate all’oggetto finendo così l’individuo per non esser più sé stesso e non riuscire a padroneggiare le proprie azioni e a non poter più essere arbitro del proprio destino; dolore come reazione a catena che coinvolge anche chi circonda colui che ne è affetto, condito di separazioni, morte.

E madame Bovary sono anch’io, siete voi.

Vincenzo Spatuzzi     

 

ARABIAN SONG

ARABIAN SONG

 

La mia classe fu allevata con il latte di una capra e del pane di frumento

        a quei tempi per divertimento non avevano inventato il telegiornale

              quando ero più giovane credevo che esistesse libertà

 

                                                                 Franco Battiato

 

....non ho potuto fare altro che pensare al Battiato di “Patriots” (EMI Records, 1980) estraendone subito una track, Arabian Song che, non soltanto per la frase estrapolata, torna comodo più che altro per il titolo omeopatico, anzi omeotossicologico, che ha in sé, come ogni titolo pensato, riflettuto e sofferto e non demenzialmente anteposto e, quindi, sintetizza e riassume quanto già detto e quanto andremo a dire noi ancora sussumendolo (parola della cultura che vuol essere alternativa ed antagonista, ma che, in genere, non significa nulla, per cui non andate a munirvi di dizionario) dagli insegnamenti di sorella morte.

 

spatuzzi

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (sesta parte)

Scuole superiori, adolescenza della figlia di Antigone.

La madre di Rossana, come s’è detto, perse subito il  marito scrivano.

Era ancor giovane e dotata d’un fisico quasi più puberale della figlia, tale che spesso le scambiavano per sorelle. Fu inevitabile che gli uomini corressero al miele della casa della giovane vedova ed anche quel prete, lo stesso che un giorno l’aveva unita in matrimonio.

Questo sacerdote dalla lunga barba ieratica, si caratterizzava soprattutto per  la pancia enorme, singolare in un paese in cui mangiare un frugale pasto al giorno aveva già del miracoloso. E’ quel che dice la sua perpetua che ci rende edotti d’un’altra clamorosa performance della protagonista di questa cronaca.

Quest’uomo, inutile dirlo, era anch’egli attratto da Antigone a cui, per farsi bello aveva rivelato con sussiego le origini sofoclee di quel suo nome così originale per quei posti. Ma con lei stravinse quando iniziò a fare citazioni in latino alternandole al linguaggio ucraino di cui Antigone continuava a non riuscire a venire a capo.

Per cui l’ancor giovane donna sui famosi quadernetti prese a trascrivere frasi di Cicerone o significativi versetti tratti dal messale in latino e quelle parole ad Antigone, pur incolta, si svelavano assai chiaramente nella loro asciutta, ma poderosa incisività.

Non ci volle molto di più per far sì che con rispettosa sudditanza la madre di Rossana si desse a quel non ancora vecchio prete avendo con lui rapporti sessuali ogni volta che quello col suo breviario si recava alla casa delle due “ragazze”.

Per Antigone si trattava di gratitudine non disgiunta da rispetto e stima per il letterato, la cui veste talare unitamente alla sua enorme pancia per lei erano entrambi orpelli di scarso significato.

Ma la vera tragedia per quel padre consisteva nel fatto che al culmine del corpo a corpo amoroso il suo pene s’arrestava inflaccidendosi proprio “ante portas” come egli stesso mormorava tra sé e sé, e queste due parolette latine finivano anch’esse sui quadernetti di cui sopra.

Rossana scorse muta quell’omaccione mentre posava il capoccione sul guanciale e il breviario sull’enorme epa dopo uno di quei rapporti non giunti a buon fine.

Lo guardò dalla testa ai piedi e capì il suo bisogno.

Al tramonto d’una giornata piovosa si recò in chiesa.

Col suo passo indolente si diresse verso il confessionale. Il prete le gettò uno sguardo da dietro e sul didietro già prestigioso e prese posto nel suo regno. Ma Rossana non si recò nel lato dei penitenti, ma aprì quella sorta di cancello che isola il prete dal mondo.

Muta alzò la tonaca di quell’uomo, ne tirò fuori il coso impotente e prese a strofinarlo con dolcezza.

Quando quello fu a mezza cottura si girò di spalle, si alzò la gonna di velluto longhetta, si calò le bianche mutandine, si genuflesse sempre di spalle al prete e in modo tale che quell’uomo davanti ai suoi occhi aveva la visione allucinata d’un sedere inarcato a pochi centimetri dal suo pene che vieppiù si riempiva di sangue inturgidendosi.

Rossana l’aiutò.

Portò all’indietro con movimento quasi innaturale la mano non impegnata a tenerla in equilibrio sul pavimento di coccio  e con gentilezza afferrò quel grimaldello oramai svettante e se lo sistemò pignola e precisa nella vagina che all’uopo diventava improvvisamente pronta, assecondando vogliosa l’azione che la padroncina stava mettendo in atto. Quindi intuì quali movimenti delle anche fossero più utili per la verga di quell’uomo e li ritmò attenta e perseverante.

Nemmeno in film porno tedeschi il prete aveva visto monotone ancorché eccezionali durate nel corso d’una penetrazione, quanto l’incredibile e portentosa vista di lui stesso in quella serata mentre i fulmini squarciavano l’ombra che aveva avvolto tutta la chiesa. In maniera sconvolgente Rossana aveva fatto superare a quell’uomo la problematicità d’una pancia così ingombrante con la nitroglicerina della perversione mistica.

Forse anche la perpetua del prete quella sera avrà tifato per Rossana, visto che quest’episodio è stato riferito a chi scrive solo da quella donna, ma dopo l’esborso di moltissimi rubli.