Il Blog di Enzo Spatuzzi

Il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato

ottobre 2007

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (undicesima ed ultima parte)

La ricercatrice universitaria si accorse che qualcuno era entrato e si voltò.

A questo punto il busto contraddisse la prima impressione visto che era inconfondibilmente femminile e persino più di quello di Rossana.

Il volto non voleva far trapelare emozioni, ma gli occhi si posarono prima sulle scarpe dell’intrusa per poi lentamente salire verso il capo, come se conformasse un’aureola su tutti i perimetri morbidi di quel corpo in piedi.

Rossana era vestita (vestita?) d’ordinanza: era infatti tornata a indossare gonne inesistenti su semplici magliette nere che non facevano altro che esaltarne il mutacico fascino sexy.

Che a Rita non sfuggì.

Ci doveva essere un modo per tirar su quella professionista abbandonata dall’amante. Se nessuno è perfetto, anche Rita aveva il suo difetto.

Che a Rossana non sfuggì.

Col suo eterno gesto lento si levò la maglietta e si stese accanto a quel corpo.

Al resto pensò tutto Rita che quella notte ebbe sbattuta in faccia qual’era veramente l’essenza della sua natura: nulla dopo sarebbe stato come prima.

Questo giovò alla sua carriera più della sperimentale tesi di laurea.

Altri incontri toccarono a Rossana dopo che una cameriera ancora sveglia riferì il succoso episodio all’autore di questa ricerca..

Era ormai entrata come socio alla pari nella gestione di quel ristorante e le cose si mettevano splendidamente per una donna di sola azione. Ma non ci son rose senza spine e anche per lei venne il tempo di pagare un prezzo per tutto quanto sin a quel momento ottenuto apparentemente con poco sforzo.

Non fu un prezzo fu proprio una tangente.

Il locale come si ricorderà era una miniera d’oro e questo non sfuggì ad alcuni frequentatori avvezzi a soppesare ogni gallina dalle uova d’oro. In particolare un tizio abitualmente cenava nel ristorante assieme ad altri due tipi. Contrastava l’aspetto raffinato di Gennaro con quello dei suoi commensali che non sembravano aver nulla in comune con lui: dal vestiario all’atteggiamento, dal frasario al comportamento.

Gennaro appariva sempre scontento ed indifferente all’ambiente.

Pareva venuto solo ed esclusivamente per Rossana alla quale lo legava un’impercettibile alone fatto di imbarazzo e improvvisi sguardi subito da entrambi repressi. Per cui quando Gennaro entrò da solo nell’ufficio per parlarle di “affari” gli uscì fuori un rauco balbettio che nemmeno due tre colpi di tosse riuscirono a dare a quel tono un che di naturale.

E poi in quei pochi minuti non riuscì mai a sostenere lo sguardo di Rossana. Senza terminare la trattativa se ne uscì. Ma tornò ancora.

Chi è un muscolare attivo come Rossana, non può avere paura, non essendo la sua esistenza mai preceduta o seguita da una riflessione per il gesto compiuto o da compiersi.

Pertanto quando Gennaro ritornava al solito tavolo era lei che si avvicinava.

Un giorno ella, così hanno poi dichiarato i ragazzi seduti allo stesso tavolo,  lo guardò in una maniera tale da sembrare a tutti un’offerta.

Lui la seguì di sopra.

Quel che è avvenuto in quella stanza nessuno può più raccontarcelo. La

scientifica ha evidenziato violenze sessuali nell’uomo che, pare, proprio di questo sia morto.

La verità non è mai venuta a galla.

Anche quella volta Rossana non ha parlato.  

                                       F I N E

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (decima parte)

Capì. Ma sbagliò.

Prese nella sua mano sinistra quel sacchettino senza vita come un cadavere adagiato sui cuscini dei testicoli in una bara. Nessuna reazione. Proseguì. Niente. Si calò su di lui evaporando calore da quella bocca che tanti ne aveva baciati provocando reazioni e che reazioni!

Su quel corpo niente.

Ma sul corpo di Rossana quella sorta di muto rifiuto ebbe un effetto paradosso: la eccitò. Si raddrizzò e prese a toccarsi portando avanti l’ennesima puntata del suo vizio solitario.

Solitario?

Era quello il punto, l’uovo di Colombo, la mela di Newton.

Perché solitario quel vizio: l’avvocato era sì paralizzato nella parte inferiore del corpo, ma quella superiore era intatta.

Delicatamente gli tolse il cuscino e prima che quell’uomo con la mano destra si asciugasse l’occhio lacrimoso per poter mettere a fuoco quel corpo fremente, quella stessa mano era già con quattro dita sulla vulva e con l’ultimo aveva trovato posto nella vagina di Rossana. Ancora nessuna parola tra loro, ma l’operazione terminò più in fretta delle altre notti con Rossana che si rasserenò con un sol gemito liquido.

La migliore dei neurologi, senza conoscenze specifiche, sperimentò che veramente la funzione stimola l’organo e di quelle notti ce ne furono ancora.

Così almeno ha raccontato la cuoca di quella casa, evidentemente insonne anch’essa.

Maniscalchi oggi, a sessantacinque anni, presiede la giunta regionale e continua a dispensare posti alla sua maniera.

Rossana non poté continuare le sue fisioterapie.

Fu presa a lavorare in un noto ristorante della via più panoramica della città del Vesuvio, l’Eden, dotato di camere alla bisogna.

Malgrado l’italiano e il napoletano in particolare oramai non costituissero più una difficoltà insormontabile per lei, il suo silenzio era sempre più impenetrabile. Questo però non risultò mai essere un handicap visto che, non si sa se per  buona sorte o per una situazione astrale vincente, cominciò a salire tutti i gradini della carriera professionale all’interno di quel noto locale.

Il ristorante era come si suol dire, ben frequentato: la ricca intellighenzia partenopea, il mondo dello spettacolo, della politica, della cultura e della criminalità più o meno organizzata lo riempivano fino a notte inoltrata. Rossana era uno dei segreti del successo di quel locale.

Uno che sa osservare, e lei era una di quelli, si rende subito conto di come in certi ambienti si faccia carriera.

Anche nell’università.

Abituali commensali in quel ristorante erano un importante e sposatissimo (si vedeva e poi si seppe) professore d’una prestigiosa facoltà universitaria e una sua ricercatrice, bella donna, che per quanto facesse non riusciva a sembrare a suo agio accanto a quel nome che gli stava accanto che, addirittura, era in odore di prossimo rettorato.

Quei due dopo cena molto spesso usufruivano delle succitate stanze illuminate dalle tremolanti luci quasi presepiali della città. La donna la chiameremo Rita e basta, visto che il suo vero nome non è possibile rivelare  ricoprendo ella oggi una carica molto elevata all’interno del ministero dell’università italiano. Ma quando quei due discendevano da quell’altro tipo di consumazione, a Rossana non sfuggì quel corpo che era uscito dalla camera più rigido e teso di come vi era entrato, come pure lo sguardo che ella ricordava esser scintillante solo sotto l’effetto della falanghina.

Quella notte Rossana mentre era al bancone intenta a chiudere i conti, sentì una porta chiudersi violentemente e i passi rabbiosi d’una sola persona: era il professore con in mano la giacca e lo sguardo truce.

Che ne era della giovane donna che aveva giaciuto con lui?

Quell’uomo nemmeno salutò, ma sbatté la porta di legno di ciliegio.

L’ucràina che non era mai preoccupata o non lo dava mai a vedere, fu mossa dalla voglia di controllare e salì. Sapeva qual’era la stanza e non bussò. Subito non riconobbe il corpo tra le lenzuola, ma poi quando si abituò alla poca luce che veniva su dai lampioni del lungomare, la riconobbe.

Appariva diversa, sembrava indossare l’involucro d’un ragazzo, stesa com’era su un lato e con i fianchi non torniti e quasi inesistenti.

"Il commerciante, prima della bancarotta, è sempre un imbroglione" (S. Freud)

...perchè i patagoni, nella densa solitudine del loro rancho, assicurano che "la morte inizia quando qualcuno accetta di essere morto"

                                                             LUIS SEPU'LVEDA

 

C’è una fabbrica delle donne. E’ alla periferia di Kijev, Ucraina (nona parte)

Napoli va bene per tutti e tutti si adattano a questa città come plastilina.

Anche lì passò per più case, vecchi, malati e bambini come vuole l’Associazione Italia\Ucraina e anche con questi lavori andò storta, specie per una che non parla, capisce, ma, soprattutto, agisce.

Si è raccolta questa esperienza esemplificativa.

Importante ex politico uscito di scena non tanto per l’età quanto per un ictus subito proprio nel suo ufficio all’assessorato regionale. La moglie non attendeva che questo per togliersi tutte le pietre dalle scarpe d’una vita matrimoniale frustrata e infelice.

Il maritino anche nella sua età non più verde continuava a promettere posti di lavoro alla stessa maniera in cui lo faceva da giovane avvocato senza grosse speranze, con l’unica forza costituita dal suocero ricco da fare schifo. E se questa città è storicamente popolata da sempre da prostitute, la tangente dell’avvocatino subito piazzato in posti di comando era l’autorità assoluta sul corpo di quelle sventurate (sventurate?) che tuttavia soverchi drammi non ne facevano mai. Bastava solo un appuntamento nel suo studio, chiudere la porta, mettervi a guardia un suo fidato, il suo potere faceva il resto. Forse quelle donne di posti non ne avranno mai presi, ma di assalti all’arma bianca erano piene. L’avvocato Maniscalchi aveva poco più di sessanta anni e proprio durante uno di questi appuntamenti di “lavoro” percepì un malore che non gli proveniva stavolta dalla prostata, ma dall’interno del cranio.

In ospedale fecero male a salvarlo, visto che all’uscita la sua paralisi degli arti inferiori, parti pudende comprese, non facevano più di lui un uomo.

La vendetta della moglie non si fece attendere.

Ne prese il posto nello studio e in assessorato, gli allontano i figli, pessime creazioni della laida borghesia partenopea, gli tolse le carte di credito e chiuse la porta d’un appartamentino in collina con lui dentro buttando la chiave. Due donne dell’ est europeo si alternavano a cambiargli il pannolone, quando volevano. L’avvocato non ha più parlato e non solo per l’afasia. Inevitabile fu l’incontro con un’altra muta, Rossana.

Era da un mese circa in quell’appartamento buio in collina e non una sola parola le era uscita di bocca. Maniscalchi che ne aveva sentite di parole, strilli, gridi, comandi, bestemmie, imprecazioni in ogni lingua non sapeva che pensare di quella giovane donna che non  chiedeva se aveva appetito, se aveva fame, se voleva la pala, se voleva sgranchirsi, ma che l’imboccava all’orario giusto, che lo faceva accomodare sulla poltrona a rotelle e lo portava incontro alla luce del giardino dopo averne pensato alle funzioni fisiologiche, ma sempre con un cagnolino bastardo che faceva da terzo e che quindi levava gran parte dell’imbarazzo legato a quel compito ingrato, schifoso e puzzolente.

L’uomo politico s’era accorto della femminilità esagerata di Rossana, ma non potendole offrire in nessun modo un “posto” alla sua maniera , la rispettava bruscamente. Ma di notte piangeva e al di là del muro divisorio questo non sfuggiva a Rossana che non riusciva mai a prender sonno se quel pianto non terminava e senza che, per conciliare il suo, non ponesse il dito medio e poi tutta la mano nel suo posto più caldo\umido.

Quella notte il pianto non terminava mai ed erano le 4.45 e la donna così non poteva neppure dedicarsi al suo vizio solitario. Così come si trovava si affacciò alla porta dell’avvocato di cui subito intravide la lacrima dal suo scintillare sotto il riverbero della luna prorompente dalla finestra. Sapeva che non dormiva, si rese conto d’esser nuda, ma lo stesso gli si avvicinò. Il malato non sentì nulla perché piangeva disperato con un cuscino sulla faccia per non far passare i singhiozzi. Ma Rossana ne guardò per intero la parte inferiore del corpo che era scoperta di lenzuola bianche come le coscettine morte di quell’uomo.

Capì. Ma sbagliò.

                                      (continua if you want)