La legge 180 è diventata oggi una linea di autobus o è ancora un angolo ottuso?
Abbiamo ragione di credere che la realtà esistenziale all’interno della quale ci muoviamo a cavallo della fine del secondo millennio dopo Cristo e i primi anni del terzo, sia interpretabile dalla cosiddetta società civile e, un tantinello, colta, secondo parametri caratterizzati ancora da un pensiero razional-positivistico e logico-meccanicistico, e sia analizzabile formalmente con la decodificazione semantica e persino con la significazione comunemente accettata persino dei segni, dei fenomeni, delle icone, degli accadimenti o degli episodi, ancorché minimi, della vita quotidiana.
Ci confermiamo perciò nella considerazione, che è poco più che d’un’ipotesi, che nella vita nulla avvenga sotto la spinta di forze afinalistiche o sulla scorta di operazioni fatalisticamente determinate, della cui spiegazione recondita non ci si deve nemmeno prender cura di trovare, essendo talmente nebulosa, vaga, cervellotica e financo perversa la possibilità di poter fare connessioni tra cause ed effetti.
NOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!
NON SI PARLA COSI’!!
NON SI SCRIVE COSI’!
PROVIAMO AD ESSER PIU’ ATTRAENTI
TITOLO: The milkman doesn’t go door to door?
Come al lattaio piace andare di casa in casa (anche perché a quell’ora trova le donne sole ed ancora in pigiama o in vestaglia), così anche a me piace andare a casa della gente.
Mi piace sedermi con malati e familiari attorno al tavolo di formica della cucina.
Anche per questo, ma non solo per questo, mi piace, mi preparo e sempre più ci provo a diventare il medico di famiglia in quella casa e con quella gente, provando ad avere soprattutto relazioni umane, anche se inevitabilmente scomode, perché i rapporti umani sono sempre responsabilizzanti per ogni membro che entri in questa comunicazione intensa e vitale, emozionante, affascinante: com’è per il medico, così è per le persone che assistiamo.
Mi attizza (affascina, attrae) occuparmi di sofferenza vera e talora grave.
Non mi realizzo più in uno studio medico avviato, ricevere la gente danarosa ed annoiata dei cosiddetti quartieri bene.
Certo la sofferenza psichica è ubiquitaria, trasversale e nella sua tragicità è persino democratica e colpisce tutti, ma è il modo di affrontarla ed elaborarla che è differente ed in ogni persona.
Infatti talvolta la risposta al disagio è talmente autoreferenziata e piccolo-borghese da rafforzare in quel paziente quelle che sono le sue difese di sempre, troppo spesso ambigue o mistificatorie. Questo tentativo, tra l’altro, può finire persino per creare angoscia ulteriore e senza che si realizzi l’indispensabile modifica di sé stessi o della visione del mondo all’interno della quale il sintomo, la nevrosi, la caratteropatia, non solo si sono manifestate, ma si sono anche comodamente allocate, “allargate” ed “assettate” (sedute).
Non mi piace sembrare un esperto e comunicatore mediatico dei comportamenti umani, fingendo di saperla lunga, vendendo spiegazioni da imbonire dal piccolo schermo o nei salotti bene a gente a cui accuratamente finirò per dare esattamente quello che si aspetta da me (give the people what they want), che poi è quello che vogliono sentirsi dire, per carpirne la benevolenza, chissà poi perché, o forse lo so…
Sono sufficientemente vecchio da ricordare, assieme ai teenagers di oggi per la verità, la pop o rockstar folle e carismatica Jim Morrison: pare che per dare un nome alla band di cui divenne il leader negli anni ’70 quella che in seguito ebbe un successo galattico che dura fino ai giorni nostri, si sia ispirato ad una strofa del visionario poeta William Blake che recita: “Ci sono al mondo cose che sono conosciute e altre che sono ignote: nel mezzo ci stanno le porte…” , The Doors per l’appunto.
Sono quelle porte, soprattutto fisiche, che io e i colleghi vorremmo aprire o, più modestamente e umilmente, farci aprire, quando ci rechiamo al domicilio della gente che soffre o anche nelle istituzioni malate.
Spesso, e non solo metaforicamente, quelle porte vogliono ostinatamente rimanere chiuse, e allora sta a noi provarle ad aprire e con ogni mezzo, anche con la forza.
Sì con la forza perché ne abbiamo piene le scatole della progressistica indifferenza travestita di civile rispetto per la privacy.
Perché è questo mestiere di psichiatra, un’arte fisica, permeata di fisicità non solo psico-libidica o istintuale o transferale, ma è una professione fatta anche di veri e propri umani contatti da gestire con tatto.
Psicopolizia? Sì, anche di questo ci tacciano.
Puntualmente e periodicamente ci sentiamo dire di essere al servizio di regimi totalitari come durante il fascismo o lo stalinismo, ossequienti ed ossequiosi nel far passare per matti gli oppositori del regime.
Sì, certo, come di essere stati ligi burocrati nel redigere certificati per ricoverare in manicomio, ed altrettante cartelle cliniche che ne sancissero la detenzione eterna in base ad un criterio solo di pericolosità sociale.
Ma me lo voglio prendere questo triste ruolo…qualcuno dovrà pur farlo, come i becchini.
Ed è meglio che lo facciamo proprio noi e non altri, visto che almeno per il paziente\malato possiamo rappresentare oltre che il suo medico, anche il suo difensore d’ufficio il quale, senza pregiudizi o randelli o manette, riconduce le tensioni e la sofferenze nei maggiormente percorribili canali dell’umana solidarietà. Impegnandoci in una comprensione anche scientifica del “fenomeno sofferenza” che, altrimenti, sarebbe visto solo come un grave attentato alla società civile, un accadimento delinquentesco e basta, degno solo della reclusione e non dell’ assistenza, delle cure necessarie e, se volete, di affetto.
E noi dei servizi territoriali siamo pagati proprio per impedire suicidi e mutilazioni e autolesioni da follia, tutti sintomatici comunque di grave disturbo e non solo di scelta esistenziale: no non faccio parte dei filosofi esistenzialisti, mi ricordano troppo un antico film di Totò. Più vicino mi sento ad uno della squadra della neurodeliri che si vede in “Totò truffa”, nell’episodio della vendita della fontana di Trevi da parte del più grande attore…”vivente”.
Ma anche quello sporco mestiere qualcuno dovrà pur farlo e poi, udite udite, non sono io che voglio catturare i malati, siete voi che mi chiamate: voi medici specialisti dell’attività privata che ce li inviate dopo che il limone è stato spremuto e neppure le lacrime ci sono più; voi dell’handicap quando la riabilitazione non funziona o non ha mai funzionato; voi delle tossicodipendenze e proprio quando il vostro assistito è maggiormente in crisi; voi della geriatria quando non è la circolazione del piede che non funziona, ma è quella del cervello che non scorre più; voi degli ospedali in cui solo la coltellata non è psicosomatica (sempre che il coltello resti piantato nelle carni come prova inconfutabile); voi operatori del cosiddetto “sociale” (ma esiste ancora?) che, novello lazzaretto astratto, ci mandate i poveri e i diseredati e noi li si dovrà nutrire e riscaldare nei reparti psichiatrici; voi colleghi che non volete più ascoltare il dolore negli studi con l’aria condizionata; voi forze dell’ordine che non volete dividere la criminalità dalla sofferenza psichica.
No, non mi sento affatto protetto…e per tutto questo lo strizzacervelli del servizio pubblico dovrà approntare in venti minuti una risposta efficace per tutto ciò che non è stato affrontato e risolto in vent’anni di…cure.
Conosco quasi tutti i palazzi dei quartieri che con colleghi ed infermieri mi trovo a “presidiare”: ho rapporto anche con i portinai con cui mi alleo e so quante monete ci vogliono per l’ascensore (più spesso i nostri pazienti occupano appartamenti agli ultimi piani di palazzi senz’ascensore, così che il primo intervento si svolge tra lo sbuffare generale, che non è scocciatura, ma dispnea, visto che abbiamo tutti oramai un’età compresa tra i 45 e i 60 anni). Anche questa è deriva sociale.
Conosco il mercatino rionale e le chiese, i viali e le zone decadenti, i negozi e le scuole del distretto sanitario: questi posti sono stati “teatro” di interventi anche spettacolari. Mi è capitato di fare taluni di quegl’interventi ed in emergenza anche nella macchina della Polizia, indimenticabili per me che stavo seduto dietro, e penso che mai più proverò una tale claustrofobia chiuso com’ero all’interno di quel cellulare in miniatura, dove spessi plexiglas separano “i catturati” dagli agenti davanti, auto (pantere?) in cui ci si siede sulla scocca nel posteriore e i finestrini non esistono e si comunica per interfono.
Ma con gli agenti di P.S., che talvolta chiamo “collega” e tra loro ce n’è di veramente bravi, umani e di buon senso, abbiamo anche “preso” persone che volevano volare giù dal sesto piano e siamo arrivati noi per primi.
Ho preso tre pugni, due schiaffi, un calcio (molti sputi sull’impermeabile) ed ho sentito profferire seri dubbi sulla moralità di mia madre (non voglio in questa sede ricordare Bruno, collega ed amico ucciso ad Ercolano).
Inoltre da qualche anno abito nel quartiere dove lavoro e mi sembra di stare in servizio anche quando con mia moglie mi faccio una passeggiata nella UPIM, visto che vi incontro sempre almeno cinque persone che “per lavoro” ho dovuto conoscere: loro sono molto discreti e quasi sempre basta solo un cenno con le sopracciglia per riconoscersi e salutarsi…
Lavoro in quest’ultimo Servizio da 15 anni e ho visto andare via, per altri e più pensionistici lidi, almeno 45 colleghi. E poi in questi quartieri sto invecchiando con i pazienti e con loro arriverò, mi auguro, alla pensione di anzianità, mentre loro già ci hanno quella d’invalidità talvolta con accompagnamento.
Sono andato ai funerali dei miei malati, spesso già anziani, morti per patologie intercorrenti: già perché anche i pazienti psichiatrici si ammalano di cancro e di malattie cardiovascolari e si fanno pure di droga.
Statisticamente posso giurare che all’accettazione del Servizio quasi venti nuovi utenti ogni dieci giorni vengono a chiedere di essere presi in carico: non si tramuteranno tutti in nuovi casi cronici per fortuna, ma è pur sempre una media impressionante, quasi un’epidemia e nessuno ne parla…
Le cause di quest’iperafflusso?
Non ci basterebbero tutti i “Porta a porta” di un anno intero e lo schizococco non è stato ancora isolato.
Ma non meravigliatevi, purtroppo non è una novità, anche nei bei tempi andati v’era grosso disagio, e non era dovuto solo alla cattiveria dell’animo umano se fino al
Ma le cause sono soprattutto psicosociali e quindi anche di natura inevitabilmente politica.
So solo che il budget forse è più basso di quello riservato alle malattie allergiche e che le risorse umane spesso sono solo virtuali: anche da questo evinciamo un pregiudizio durissimo a morire, quello della preminenza delle malattie nobili di organi nobili, contrapposte alle ributtanti sofferenze d’un organo come il cervello che senz’altro quando si ammala viene dopo la milza. Anche questa è psichiatria sociale (sic!).
Una richiesta di assistenza psichiatrica così quantitativamente elevata la si rinviene in quei contesti dove la rete sociale non offre più all’uomo coerenti punti di riferimento, ma finisce per escluderlo impedendogli la possibilità di espressione e, soprattutto, negandogli la conservazione e persino l’individuazione della propria identità.
Il territorio dove mi muovo è costituito da zone cosiddette di “transizione”, ad alto livello quindi di disorganizzazione sociale, con regolare e progressiva trasformazione di vaste aree in “periferia”.
La periferia, anche questa, non è un’espressione cartografica o da catasto, ma una categoria del pensiero, un valore\misura del degrado.
Si rinvengono infatti la disorganizzazione delle famiglie, l’elevazione della criminalità giovanile e dei casi di psicosi più spesso schizofrenica, la presenza di immigrati stranieri, lo stato di non proprietà della casa da parte dei residenti, il degrado culturale, l’istruzione raffazzonata e superficialmente di maniera, il crollo degli ideali, la gracilità dell’etica, l’isolamento sociale.
Le fasce deboli sono quelle che più tendono a spostarsi verso le zone disgregate e periferiche della città, visto che inevitabilmente vanno incontro ad un declino del loro status economico-sociale. Ne consegue che, secondo una logica stringente, se in questi quartieri viene diagnosticata una notevole quantità di psicopatologia psicotica, vuole anche dire che i quartieri stessi si trovano in una fase storica di pesante deterioramento, disorganizzazione e sofferenza con presenza di grave difficoltà ambientale e disagio psicologico tra i suoi abitanti.
Queste sono solo ipotesi tuttora al vaglio di studi e ricerche che le confermino e ne reperiscano ancora altre, ma io da semplice psichiatra della strada e delle periferie, non ve le so raccontare tutte e con le belle ed importanti parole d’ordine in voga nelle classi che contano: la sola certezza che ho, se la salute regge, è che continuerò a provarmi a farmi aprire quelle porte, “The doors of perception”* (le porte della percezione).
* libro di Aldous Huxley “ che è stato anche un testo sacro delle giovani generazioni americane degli anni settanta e che narra le esperienze dell’autore sotto l’effetto di una potente sostanza tossicomanigena, la mescalina.
enzo spatuzzi scripsit

Commenti
LO SVENTURATO, ENZO
LO SVENTURATO, ENZO SPATUZZI, RISPOSE
Grazie Anna Rita, grazie Tillj, mi avete fatto sentire bene questa sera al ritorno da una giornata di lavoro, che non è finita ancora visto che sono reperibile per tutta la notte per l’utenza del territorio, dell’ospedale, della stazione ferroviaria, per i bisogni delle forze dell’ordine oltre che di quelli dei poveri (sì esiste ancora questo zoccolo duro sociale, che non è una categoria del pensiero). Ma non ne voglio fare un dramma. Dirò altre cose.
Come sapete non prendo sotto gamba o banalizzo la sofferenza, ma altrettanto banalmente dirò che un giorno conobbi il vecchio autore di una canzone napoletana in voga diversi decenni fa’. Aveva pubblicato “Storta va dritta ven’, semp’ storta nun po’ ‘gghi (andare, per i non dialettofoni)”.
Beh, oggi è questo il mio pensiero debole.
Anna Rita di vantaggi nella sofferenza personalmente non ne so rintracciare alcuno; a quelli che ne parlano come di una condizione esistenziale che è un grosso fattore di crescita e maturazione non gli credo: o quando dicono questo stanno benissimo oppure hanno superato quella fase e quel momento che, a distanza di tempo, viene da loro rivista con occhiali rosa come una condizione indispensabile e necessaria.
Mio padre ripeteva quand’ero piccolo: “sante e benedette le botte che mi dava mio padre (mio nonno) se ora sono così”.
Io gli rispondevo in questo modo:
“così come?” E poi:
“ma al momento non ti faceva un cacchio di male?”
Ed oggi rifletto (ma non intavolo l’argomento con lui che ci ha un’età):
“però…ma com’era vanitoso e narcisista il mio vecchio…”
Insomma la sofferenza va quanto meno alleviata se non evitata. Il web, internet può servire anche a questo, come lo shangay, il burraco, il grande fratello oppure il football…ma da adoperarsi cum grano salis (lo so, tillj, che non ti piacciono le citazioni latine) e un po’ come il telecomando del televisore: avere sempre il coltello dalla parte del manico.
Apprezzo anche chi si prende la briga di esternare i suoi commenti e non si fa prendere dalla pigrizia o dall’imbarazzo, sospende la rigidità di fare un complimento, un augurio, e perde l’occasione per fare (farmi) del bene che non costa niente e rende felici chi lo riceve.
Quando inizi una cosa non sai mai come andrà a finire: se ti fidanzi può essere che convoli a giuste nozze oppure che sgozzi l’amato bene, se ti iscrivi all’università tanto ti puoi laureare, trovare un ottimo lavoro, soddisfarti e farti un sacco di soldi oppure fare di professione il fuoricorso; quando ti aprono un blog, un sito (com’è successo a me che ho subito questa decisione, ma da buon gregario quale sono, mi sono adeguato) tanto coaguli l’interesse di molti e tanto puoi avere il D.C.S. (Disturbo Compulsivo allo Sproloquio), COM’E’ CAPITATO A ME STASERA.
Al prossimo incontro.
Di nuovo grazie.
enzo spatuzzi
Il dcs ce l'ho anch'io, fin
Il dcs ce l'ho anch'io, fin troppo è un fiume in piena, quando ha rotto gli argini son cazzi!:o)
Non conosco il latino, quindi non capisco che dici, non che le citazioni non me gustano.
Cara Annarita lo penso
Cara Annarita lo penso anch'io.In giro per il web c'è di tutto, le consiglio i forum di astrologia-esoterismo-tarocchi. E' un fondo senza fine delle sofferenze umane.Però internet ha un pregio:si trovano bei blog come questo e anche la possibilità di conffronto con altre realtà in europa e oltre.E aiuta molte persone a sentirsi meno sole.Non ha tante cose negative.Che è una sostizuzione dei manicomi è vero, ma quanti talenti sconosciuti però nei siti di scrittura.w internet :o)abbiamo conoscito Spatuzzi, no?!
Vede a volte i momenti di
Vede a volte i momenti di grande sofferenza sortiscono qualcosa di buono e stamane in uno di questi momenti girovagando per il web ha sortito la sua conoscenza.Mi complimento con lei e mi ripropongo di spluciare il sito da cima a fondo, perchè lo trovo interessantissimo e poi in risposta alla 180 le espongo una mia teoria, la legge Basaglia ha chiuso i manicomi ma ha aperto internet, altro che manicomi!!!!A lei un in bocca al lupo, ne ha davvero bisogno, per il suo lavoro.
A rileggerla con piacere.
ho trovato la soluzione, se
ho trovato la soluzione, se è possibile :o)
Invia nuovo commento