Voglio iniziare il resoconto di ciò che fra poco potrete leggere con una citazione fornitami da Nicola Gian Marco Ponsillo che è il mio attuale pusher di emozioni, frasi, citazioni, immagini; in questo caso è tratta dal film "Il posto delle fragole" di Ingmar Bergman. Il protagonista, un anziano medico, ha un incubo. Sogna di dover superare un esame. Gli viene chiesto qual è il primo dovere del medico e lui non sa rispondere. L'esaminatore gli ricorda: "Il primo
dovere del medico è chiedere perdono".
Con questa frase apodittica doverosamente incisa nel giuramento di ogni medico "ipocrita" (avete letto bene!), si può andare avanti.
Si è tenuto venerdì 2\03\07 nell'aula magna dell’ospedale “Cotugno” di Napoli, organizzato dal Direttore della S.C. Psichiatria di Consultazione di quel nosocomio, dott. Giuseppe Nardini, un emozionantissimo incontro-dibattito, un convegno dal titolo assai significativo e suggestivo: “SULLA PROPRIA PELLE…io medico-paziente”.
Notevole l’afflusso di operatori del mondo “psi” ed oltre, assieme a personaggi del panorama culturale partenopeo in una solidale simbiosi (una volta tanto hanno dovuto sotterrare l'ascia di guerra, data l'eticità del confronto).
Fare un resoconto della congerie di interventi, proposte, vissuti ed emozioni non appartiene a chi vi scrive.
Ciò che invece mi colpisce di più è ciò che lì dentro aleggiava e, soprattutto, il non detto, assieme alle persone, i soggetti-attori portatori di malattia ivi incontrati. In questo caso erano degli importanti medici che portavano una non meno insolita visione “altra” del rapporto medico\paziente e tramite un angolo visuale assai spostato sul medico stesso.
Dirò subito che un convegno come questo poteva tenersi solo in un ospedale come il Cotugno, dotato non solo di un Direttore "insolitamente" illuminato e con grossa verve semantica da chairman (una rarità!), ma anche di un’unità di psichiatria di consultazione da anni operante sotto la spinta propulsiva di Starace prima e di Nardini adesso con i suoi collaboratori Viparelli, Vito ed altri di cui non ricordo il nome. Tale unità funzional\strutturale psicologico-psichiatrica, tal quale una "cellula eversiva", nel tempo è riuscita a contagiare l’intero nosocomio di un’"infezione" in più di cui già la metà era abbastanza in quel grosso ospedale: il virus in questione è assai originale e ancora non del tutto isolato ed ha uno strano meccanismo d'azione, quello di COSTRINGERE I MEDICI E IL PERSONALE TUTTO A METTERE QUALCOSA DI PROPRIO NELLA RELAZIONE CON L’AMMALATO!
Però (anche qui c’è o ci sono dei però), laddove nel gergo giurisprudenziale v’è il termine del “pentito”, non vorrei che tra quei medici\pazienti\malati si materializzasse un’altra figura, quella del “dissociato”. Essendo io uno psichiatra quest’ultimo termine me ne preoccupa un po’.
D’altro canto ci dev’essere uno specifico, un che di originale nella professione d’aiuto del medico e nella medicina stessa, altrimenti perché ad esempio “al commercialista” come figura professionale e come persona non è richiesta né l’umanizzazione del suo agire e nettampoco l’umanità nel suo essere professionale?
Avrei voluto chiedere al prof. Bonadonna, oncologo che ha patito un ictus cerebrale, un insulto vascolare che ne ha determinato esiti paretici e afasie ed aprassie se, secondo lui, il Bonadonna post-ictale sia migliore o peggiore del Bonadonna, per così dire, pre-morboso. La stessa domanda la rivolgerei anche a chi lo conosce o fa parte da sempre dei suoi affetti o del suo entourage. Inoltre, siccome ha messo lui stesso sul tavolo tale questione, gli chiederei ancora come si insegna ad “interloquire con la parte umana del paziente” e ciò in considerazione del fatto che, se questa abilità la si deve insegnare negli atenei, forse è perché questa qualità artigianale è del tutto sparita nella società stessa e non soltanto nelle facoltà di medicina.
E al povero Sartori, venuto fuori tra cure mediche ed interventi chirurgici da un melanoma maligno, domanderei, avendolo sentito ben parlare, che forse egli ha ben descritto "il dolore corporativistico" di un ordine, come quello dei medici, una volta che è stato colpito al suo interno. Come se, per utilizzare un esempio scadente e, forse, poco attinente, il dolore degli americani colpiti dalla strage delle Twin Towers fosse diverso e più compatibile (nel senso di compassione) di quello dei familiari dei bambini da essi stessi bombardati.
E a Melazzini, primario onco-ematologo affetto da qualche anno da Sclerosi Laterale Amiotrofica che lo costringe su una carrozzina per via della malattia del secondo motoneurone, chiederei se sa darmi una risposta plausibile sulla frase che troppo spesso ci sentiamo ripetere (anche noi altri medici, se non malattie invalidanti, croniche o degenerative o addirittura mortali, pure soffriamo, ad esempio, di ipertensione o diabete od impotenza) ed è quella che afferma che la cosa più difficile per un medico è curare un altro medico. Perché? Da dove nasce questo (pre) giudizio?
Se potessero, magari con lo stesso mezzo telematico, mi augurerei che questi tre uomini di scienza ci dessero una loro spiegazione laddove noi non riuscissimo a darne alcuna verosimile.
Concludo con un brano del film “Stalker” del regista russo Andreij Tarkovskij che prendo a prestito ancora una volta dal caro e valoroso amico e collega Nicola Gianmarco Ponsillo che me l’ha inviata essendo quello citato uno dei suoi registi preferiti:
"Ero sicura che insieme a lui sarei stata...bene. Sapevo che avrei avuto tante amarezze, ma è meglio una felicità amara che una vita grigia e noiosa...egli si avvicinò a me e disse semplicemente queste parole 'Ti prego, vieni con me'. Andai e non me ne sono pentita e non ho mai invidiato nessuno, mai, in nessun momento della mia esistenza. Il destino è fatto così. Così è la vita e così siamo noi. E se nella nostra vita non ci fosse dolore non sarebbe meglio, sarebbe peggio, perché allora non ci sarebbe la felicità e la speranza".
Con affetto e grazie ancora per avermi ospitato
Enzo Spatuzzi
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Sono ormai 72 ore che piove su questa maledettissima città della East Coast.
Malgrado l'ora legale la prigione di Headofbent appare come un sinistro maniero che digrigna perversamente i denti di metallo arruginito ogni volta che un lampo squarcia l'atmosfera molliccia e inzuppata d'acqua.
Già perchè sono più di 72 ore che piove su questa dannata città.
E' mezz'ora che sto qui ad infradiciarmi sotto la pensilina che non riesce a proteggermi il volto dalle frustate impazienti di questo che ormai è un uragano.
Il cappello calato sul capo e l'impermeabile alla Bogart sono fradici d'acqua.
Da buttare.
Ma va bene così.
Dei fari fendono la prematura notte, rendendo azzurrino il fumo di quest'ennesima Chesterfield incollata da sempre all'angolo sinistro di labbra troppo carnose.
Oggi non mi serve a nulla: non mi fa compagnia.
La butto via.
Gesto di stizza.
No, stai calmo.
E' finita porca puttana.
Il brutale Alexander Greek lo farà uscire alle 20.30 in punto.
Spero.
Questa carogna di un Direttore di Penitenziario che cela tutto il suo odio per la gente dietro una cristalleria ricoperta di tartaruga, non perderà certo l'occasione per prolungare a lui l'agonia e rendere a me difficile la vita.
Ho imparato a odiarlo e ne provo addirittura un sottile godimento libidinale.
Ghigno.
Chi sono?
Difficile dirlo.
La carta d'identità più verosimile dice: Enzo Spatootsie, Italia, professionista, 40 anni.
Portati un po' maluccio.
Sono noto come detective privato.
Riso amaro.
Detective intimo, dicono i mariti delle mie ex fiamme.
Risus sardonicus.
Dicono ancora che sono bravo.
Il più bravo.
Sono ricco e faccio questo sporco mestiere per voluttà accidiosa e senza licenza.
Ma mi faccio pagar bene, barche di denaro.
E' anche vero che non saprei far altro nell'attesa che passino i miei giorni e tiri le cuoia su questa terra con illacrimata perdita.
Questo incarico però non avrei voluto averlo.
Ma è finita, passata.
Già, passata.
Ore 19,30.
Continua a piovere.
Brivido di freddo.
Mi rimbocco più strettamente l'impermeabile e accendo un'altra Chesterfield.
Il mio uomo si chiama Vince Love.
E' italo-americano.
Ricordo perfettamente la prima volta che sentii pronunciare il suo nome.
Ne venivo da un'estenuante notte con Ginny, veneziana, bionda, serie A.
Proprio una Dio di stanga, con l'unico difetto di volerla comandare sempre lei, in ogni cosa.
Già pensavo a come scaricarla.
Senza rancore baby.
Stavo quindi per prender sonno, quando il telefono interrompe "Time is on my side" dei Rolling Stones.
Di mala voglia abbassai il volume dello stereo.
"Il capo ti vuol parlare domattina alle 9.00" mi dice in un inglese portoricanizzato una rauca voce a me fin troppo nota e riattacca senza aspettar risposta.
Il capo era lui: Guelph Peggyson.
Non poteva esser più fredda per me quella doccia scozzese.
Cosa vorrà da me quel bastardo?
Non ho più voglia alcuna di rincorrere i suoi deliri da cui sono uscito sempre con le ossa rotte.
Quella carogna, introvabile e pur sempre presente in ogni risvolto, incomprensibile, egoista, furbo.
Lo odiavo.
Non ci sarei andato.
L'indomani già attendevo da due ore che Peggyson mi ricevesse.
Intanto fumavo in una camera arredata in purissimo stile indiano, di un bianco abbagliante in un'atmosfera già satura di profumi per me nauseabondi.
Mi chiamò.
Ci andai.
Mi disse di fermarmi sulla porta.
Lui era stravaccato su una poltrona rischiarato dalla fiamma del camino e mi stava di spalle.
Nè mai si girò nel pur breve spazio del nostro incontro.
"Sul tavolo c'è la foto di Vince Love, 50 anni. E' più di 25 anni che le psicopolizie di tutto il mondo gli danno la caccia senza fortuna. I suoi reati sono molto vari. Attualmente vive da nababbo avendo impiantato un racket dell'accattonaggio che ha delle teste di ponte in quasi tutti i paesi del mondo. Tu devi scovarlo, abbatterne la rete e riportarlo nella prigione di Boston da cui entra ed esce a suo piacimento. La foto puoi tenerla. Sono certo che ce la farai. Ce l'hai sempre fatta. Sarai ricompensato adeguatamente. Ciao. Fila."
Queste furono le parole dell'individuo.
Rimasi con la foto in mano.
Lo spruzzo di un'auto in corsa mi spinge a vedere che sono le 19,35.
Molta acqua è passata sotto quei ponti.
Non sapevo che pesci prendere e da cosa incominciare.
.......(fine seconda puntata).......................
Ebbene si, siete collegati col BLOG di Spatuzzi.
E ‘mo so’ cazzi vostri.
Sin da piccolo ciò che ho desiderato avere di più è stato un…mecenate.
Sì, avete capito bene, un mecenate e non soldi, sesso, beni di consumo, droghe, carriera e potere.
A 52 anni finalmente il mecenate è comparso nella mia vita: si chiama Nicola Gianmarco Ponsillo.
Quel folle oggi pensa per me, talvolta al posto mio.
Tra le cose che quel bel tipo ha organizzato per me è stato un BLOG per il suo protetto, che sarei Io, (Vinc) Enzo Spatuzzi.
Egli, Spatuzzi (anche la mamma lo chiama così) è nato a Foggia nel 1955 per l’appunto, nel primo giorno del transito del Sole nel segno dell’Acquario: lui è psichiatra.
A Napoli vive, risiede e lavora: queste due ultime “operazioni” nei Campi Flegrei.
Spatuzzi non imbratta un foglio elettronico per riempire il suo vuoto interiore, sì, pure per quello, ma, soprattutto, per rispettare il pubblico e con lui pensa di comunicare mentre parla da un microfono e proprio come se si trovasse al centro dello stadio San Paolo un attimo prima che inizi la partita Napoli-Juventus: rispetto e gioco, per l’appunto.
Pertanto per un pubblico che anonimo non è né sarà mai, ha teorizzato il primo esempio di album BLOG rock scritto e non suonato, modulandosi su flussi di ritmo (compreso quello dei neomelodici partenopei!), accorpando realtà e immaginario (peraltro la stessissima cosa), quotidianità e metafore (peraltro la stessissima cosa) al fine di coinvolgere la percezione del lettore in associazioni dinamicamente concrete, ma anche felicemente soggettive (peraltro la stessissima cosa), usando il sound delle parole scintillanti (treble), il rumore di fondo dell’esistenza “tosta” (bass) e l’aria viziata della musica rock: di queste ultime tre cose (peraltro la stessissima cosa) se ne prende cura tuttora, sempre stupito, sorpreso e meravigliato dall’umanità che ne fuoriesce, ma senza mai smettere di “combattere per le strade” (e proprio “Street fighting man” suonata live dai Rolling Stones ha voluto che iniziazze sempre la sua prima pagina) armato unicamente d’una oramai introvabile tensione morale.
Come per il soldato giapponese dell’ultima grande guerra mondiale ritrovato a presidiare ancora armato di tutto punto uno sperduto atollo del Pacifico, anche per Spatuzzi “la guerra non è mai finita” (come per la Bertè). Ma di questo sembra esserne consapevole.
PERCHE' QUESTO BLOG
In definitiva Spatuzzi a che ti serviva un blog?
Un blog, poi, che porta un nome e cognome pressoché sconosciuto ai più?
Non se ne poteva fare a meno?
Quale urgenza avevi?
A quale esigenza risponde?
Chiacchiere, sempre chiacchiere, solo chiacchiere…siamo stufi!
Se le ho scritte è come se fosse autocertificato che queste domande che sicuramente ognuno che legge si sta facendo le ho fatte, me le sono fatte io per primo.
Innanzitutto, come rispondevano ai giudici i nazisti, le S. S., nel corso del processo di Norimberga, risponderò “’a copp’ ‘a man’” (di rimando) che non mi ricordo.
Come successiva e ancor più vigliacca risposta dirò, sempre come quegli imputati di cui sopra, che non sono responsabile e che di questo sono stato comandato.
Da chi?
Ma dal boss, gerarca, autoritario, mascalzone e padrone: tal Nicola Gian Marco Ponsillo, giovane, più giovane, medico dei pazzi anch’egli, fantasioso creativo, la quintessenza dell’ultimo prodotto dell’evoluzione umana, l’ homo tecnologicus.
E’ lui che mi ha comandato di farlo.
Insomma me lo ha ordinato il medico.
Devo ammettere che oggi ci provo anche un gusto perverso, simile a un godimento non tanto sottile.
A mano a mano che passano i giorni sto trovando persino una ragione ultima che giustifichi questo impegno. Insomma un obiettivo.
La meta è la R I V O L U Z I O N E.
La rivoluzione del cuore contro la bastarda indifferenza.
La rivoluzione delle emozioni a scapito del “fottatenn’”, che te ne frega.
La rivoluzione di chi non vuole pensare più alla salute, ma vuole incuriosirsi, interessarsi all’umanità di cui ogni singola persona è portatore.
La rivoluzione dell’amore che non riescono a fare ‘e uagliun’ e le ‘uaglione di Napoli a cui “il perbenismo interessato” (F.Guccini) e la cazzimma di noi adulti (adulti?) lascia un’atmosfera, un territorio sterile in nome dell’amara considerazione che la felicità non esiste, quindi non ti sfiacchire neppure a cercarla.
E’ a voi ragazzi e ragazze, giovanotti e giovanotte, che questo BLOG si rivolge, affinché un domani qualche sopravvissuto non debba iniziare il racconto del suo passato dicendo: “Tutti morimmo a stento…”
Spatuzzi scripsit per sé e per i suoi
P.S.Non si augura una “buona lettura”, ma una partecipe e dilaniante emozione.
Cazzo, dimenticavo: la mia analisi!
E' per oggi, nel pomeriggio.
Stavolta quella donna me la farà pagar cara.
Anche oggi sono uscite inutili grosse stronzate.
-Perchè ha sempre amato chi non l'ha amata?-
Troppo facile dottoressa: la domanda me l'aspettavo.
Rimanda a ottobre il tuo cervello sfigato e, alle cinque del pomeriggio, mettici il cuore dietro il divano.
-Questo non lo so. E' lei che deve scoprirlo-
Fa la voce del cervello, il mio, sopra il divano.
-Ma è frequente che le sia andata così?- Continua quella.
-Sì e no-
-Si spieghi meglio-
-Niente, non so se il fatto che la gente mi dimostri affetto o altro...chessò...amore, attrazione...li fa disintegrare ai miei occhi...oppure...-
-Oppure?-
-Oppure se l'amore io lo veda come un eccesso-
-Un eccesso?-
-Sì, un eccesso. Eccessivo come la sua morte-
-E l'eccitazione? Lei la vive sempre come eccessiva e quindi tale da doversene difendere a qualsiasi costo?-
-Quale eccitazione?-
-Quella che in lei provocano le persone-
-No, si sbaglia. Eccessiva è quella che provoco io-
Come al solito non hai capito una mazza.
E' solo di me che ho paura, psicanalista del cazzo.
Però anche lei è pazza.
Pazza di me.
Lo sento.
Lo so.
E' vero.
Di me e non di quello che viene dopo.
Che è una donna: l'ho vista di sfuggita andandomene.
Ma è il silenzio che regna ancora indisturbato.
Sono ormai due anni di alti e bassi, di sussurri e grida, di esplosioni e repressioni, di amore e morte.
Di noia.
Vado alle sedute inventandomi sintomi, facendo false associazioni, ma poi le cose che mi passano per la mente le caccio veramente.
Lei pensa che stia migliorando, qualche volta l'ha pure detto. Ed è quando la vedo più soddisfatta.
Ma poi, in auto, fermo nel traffico del tardo pomeriggio, mi guardo nello specchio e rido di me.
E di lei.
E' ora di chiudere anche con lei.
Ho perso tempo.
-E così ritiene che la sua psicoterapia sia sulla dirittura d'arrivo?-
Mi chiede negli ultimi minuti.
-Forse sì, ma le idee sono ancora confuse-
-A questa terapia non era richiesto di chiarirle le idee-
-Già è vero-
-A mio parere questo abbandono assume sempre più i connotati della fuga-
Ora è proprio dura.
Ma solo il rock è veramente hard.
L’analista lo deve essere per mestiere, ma io non me ne sono mai accorto.
Ci risiamo col silenzio.
Maledetto silenzio.
Anche qui, oggi, un silenzio fottuto.
-E da cosa fuggirei, di grazia? – Rompo il silenzio
-Dalla depressione. Cosa crede d'aver perso, dottore?-
-Cos'ho perso? Difficile dirlo-
Forse la gioia?
Oppure Maria?
Certo l'infanzia.
Madre, padre, fratelli?
La dignità.
La fiducia in me stesso?
Le idee.
Le cose che non ho realizzato?
L'amore?
Sì, sono sicuro:
-L'amore, sì l'amore, dottoressa-
-E quando perde l'amore lei fugge, vero?-
-Sempre-
Ora solo il silenzio lega me e questa donna.
Lunghi momenti in cui si può sentire solo la pancia, le pance che piangono. Prima piano piano, poi sempre più forte.
-Anche il mio?-
E' l'ultima sua domanda.
-Sì, anche il suo. Ma quell'amore non c'è mai stato. O, almeno, io non l'ho mai sentito. Anche per questo me ne vado-
-Se ne andrà quindi?-
-Anche questa terapia è fallita. Arrivederci-
-Un momento...aspetti....aspetta...-
-E' una vita che aspetto io te-
Sono già in piedi.
-Non è così che...- balbetta la donna
-E com'è che finisce un'analisi...?-
-Così-
In definitiva Spatuzzi a che ti serviva un blog?
Un blog, poi, che porta un nome e cognome pressoché sconosciuto ai più?
Non se ne poteva fare a meno?
Quale urgenza avevi?
A quale esigenza risponde?
Chiacchiere, sempre chiacchiere, solo chiacchiere…siamo stufi!
Se le ho scritte è come se fosse autocertificato che queste domande che sicuramente ognuno che legge si sta facendo le ho fatte, me le sono fatte io per primo.
Innanzitutto, come rispondevano ai giudici i nazisti, le S. S., nel corso del processo di Norimberga, risponderò “’a copp’ ‘a man’” (di rimando) che non mi ricordo.
Come successiva e ancor più vigliacca risposta dirò, sempre come quegli imputati di cui sopra, che non sono responsabile e che di questo sono stato comandato.
Da chi?
Ma dal boss, gerarca, autoritario, mascalzone e padrone: tal Nicola Gian Marco Ponsillo, giovane, più giovane, medico dei pazzi anch’egli, fantasioso creativo, la quintessenza dell’ultimo prodotto dell’evoluzione umana, l’ homo tecnologicus.
E’ lui che mi ha comandato di farlo.
Insomma me lo ha ordinato il medico.
Devo ammettere che oggi ci provo anche un gusto perverso, simile a un godimento non tanto sottile.
A mano a mano che passano i giorni sto trovando persino una ragione ultima che giustifichi questo impegno. Insomma un obiettivo.
La meta è la R I V O L U Z I O N E.
La rivoluzione del cuore contro la bastarda indifferenza.
La rivoluzione delle emozioni a scapito del “fottatenn’”, che te ne frega.
La rivoluzione di chi non vuole pensare più alla salute, ma vuole incuriosirsi, interessarsi all’umanità di cui ogni singola persona è portatore.
La rivoluzione dell’amore che non riescono a fare ‘e uagliun’ e le ‘uaglione di Napoli a cui “il perbenismo interessato” (F.Guccini) e la cazzimma di noi adulti (adulti?) lascia un’atmosfera, un territorio sterile in nome dell’amara considerazione che la felicità non esiste, quindi non ti sfiacchire neppure a cercarla.
E’ a voi ragazzi e ragazze, giovanotti e giovanotte, che questo BLOG si rivolge, affinché un domani qualche sopravvissuto non debba iniziare il racconto del suo passato dicendo: “Tutti morimmo a stento…”
Spatuzzi scripsit per sé e per i suoi
P.S.Non si augura una “buona lettura”, ma una partecipe e dilaniante emozione.
Abbiamo ragione di credere che la realtà esistenziale all’interno della quale ci muoviamo a cavallo della fine del secondo millennio dopo Cristo e i primi anni del terzo, sia interpretabile dalla cosiddetta società civile e, un tantinello, colta, secondo parametri caratterizzati ancora da un pensiero razional-positivistico e logico-meccanicistico, e sia analizzabile formalmente con la decodificazione semantica e persino con la significazione comunemente accettata persino dei segni, dei fenomeni, delle icone, degli accadimenti o degli episodi, ancorché minimi, della vita quotidiana.
Ci confermiamo perciò nella considerazione, che è poco più che d’un’ipotesi, che nella vita nulla avvenga sotto la spinta di forze afinalistiche o sulla scorta di operazioni fatalisticamente determinate, della cui spiegazione recondita non ci si deve nemmeno prender cura di trovare, essendo talmente nebulosa, vaga, cervellotica e financo perversa la possibilità di poter fare connessioni tra cause ed effetti.
NOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!
NON SI PARLA COSI’!!
NON SI SCRIVE COSI’!
PROVIAMO AD ESSER PIU’ ATTRAENTI
TITOLO: The milkman doesn’t go door to door?
Come al lattaio piace andare di casa in casa (anche perché a quell’ora trova le donne sole ed ancora in pigiama o in vestaglia), così anche a me piace andare a casa della gente.
Mi piace sedermi con malati e familiari attorno al tavolo di formica della cucina.
Anche per questo, ma non solo per questo, mi piace, mi preparo e sempre più ci provo a diventare il medico di famiglia in quella casa e con quella gente, provando ad avere soprattutto relazioni umane, anche se inevitabilmente scomode, perché i rapporti umani sono sempre responsabilizzanti per ogni membro che entri in questa comunicazione intensa e vitale, emozionante, affascinante: com’è per il medico, così è per le persone che assistiamo.
Mi attizza (affascina, attrae) occuparmi di sofferenza vera e talora grave.
Non mi realizzo più in uno studio medico avviato, ricevere la gente danarosa ed annoiata dei cosiddetti quartieri bene.
Certo la sofferenza psichica è ubiquitaria, trasversale e nella sua tragicità è persino democratica e colpisce tutti, ma è il modo di affrontarla ed elaborarla che è differente ed in ogni persona.
Infatti talvolta la risposta al disagio è talmente autoreferenziata e piccolo-borghese da rafforzare in quel paziente quelle che sono le sue difese di sempre, troppo spesso ambigue o mistificatorie. Questo tentativo, tra l’altro, può finire persino per creare angoscia ulteriore e senza che si realizzi l’indispensabile modifica di sé stessi o della visione del mondo all’interno della quale il sintomo, la nevrosi, la caratteropatia, non solo si sono manifestate, ma si sono anche comodamente allocate, “allargate” ed “assettate” (sedute).
Non mi piace sembrare un esperto e comunicatore mediatico dei comportamenti umani, fingendo di saperla lunga, vendendo spiegazioni da imbonire dal piccolo schermo o nei salotti bene a gente a cui accuratamente finirò per dare esattamente quello che si aspetta da me (give the people what they want), che poi è quello che vogliono sentirsi dire, per carpirne la benevolenza, chissà poi perché, o forse lo so…
Sono sufficientemente vecchio da ricordare, assieme ai teenagers di oggi per la verità, la pop o rockstar folle e carismatica Jim Morrison: pare che per dare un nome alla band di cui divenne il leader negli anni ’70 quella che in seguito ebbe un successo galattico che dura fino ai giorni nostri, si sia ispirato ad una strofa del visionario poeta William Blake che recita: “Ci sono al mondo cose che sono conosciute e altre che sono ignote: nel mezzo ci stanno le porte…” , The Doors per l’appunto.
Sono quelle porte, soprattutto fisiche, che io e i colleghi vorremmo aprire o, più modestamente e umilmente, farci aprire, quando ci rechiamo al domicilio della gente che soffre o anche nelle istituzioni malate.
Spesso, e non solo metaforicamente, quelle porte vogliono ostinatamente rimanere chiuse, e allora sta a noi provarle ad aprire e con ogni mezzo, anche con la forza.
Sì con la forza perché ne abbiamo piene le scatole della progressistica indifferenza travestita di civile rispetto per la privacy.
Perché è questo mestiere di psichiatra, un’arte fisica, permeata di fisicità non solo psico-libidica o istintuale o transferale, ma è una professione fatta anche di veri e propri umani contatti da gestire con tatto.
Psicopolizia? Sì, anche di questo ci tacciano.
Puntualmente e periodicamente ci sentiamo dire di essere al servizio di regimi totalitari come durante il fascismo o lo stalinismo, ossequienti ed ossequiosi nel far passare per matti gli oppositori del regime.
Sì, certo, come di essere stati ligi burocrati nel redigere certificati per ricoverare in manicomio, ed altrettante cartelle cliniche che ne sancissero la detenzione eterna in base ad un criterio solo di pericolosità sociale.
Ma me lo voglio prendere questo triste ruolo…qualcuno dovrà pur farlo, come i becchini.
Ed è meglio che lo facciamo proprio noi e non altri, visto che almeno per il paziente\malato possiamo rappresentare oltre che il suo medico, anche il suo difensore d’ufficio il quale, senza pregiudizi o randelli o manette, riconduce le tensioni e la sofferenze nei maggiormente percorribili canali dell’umana solidarietà. Impegnandoci in una comprensione anche scientifica del “fenomeno sofferenza” che, altrimenti, sarebbe visto solo come un grave attentato alla società civile, un accadimento delinquentesco e basta, degno solo della reclusione e non dell’ assistenza, delle cure necessarie e, se volete, di affetto.
E noi dei servizi territoriali siamo pagati proprio per impedire suicidi e mutilazioni e autolesioni da follia, tutti sintomatici comunque di grave disturbo e non solo di scelta esistenziale: no non faccio parte dei filosofi esistenzialisti, mi ricordano troppo un antico film di Totò. Più vicino mi sento ad uno della squadra della neurodeliri che si vede in “Totò truffa”, nell’episodio della vendita della fontana di Trevi da parte del più grande attore…”vivente”.
Ma anche quello sporco mestiere qualcuno dovrà pur farlo e poi, udite udite, non sono io che voglio catturare i malati, siete voi che mi chiamate: voi medici specialisti dell’attività privata che ce li inviate dopo che il limone è stato spremuto e neppure le lacrime ci sono più; voi dell’handicap quando la riabilitazione non funziona o non ha mai funzionato; voi delle tossicodipendenze e proprio quando il vostro assistito è maggiormente in crisi; voi della geriatria quando non è la circolazione del piede che non funziona, ma è quella del cervello che non scorre più; voi degli ospedali in cui solo la coltellata non è psicosomatica (sempre che il coltello resti piantato nelle carni come prova inconfutabile); voi operatori del cosiddetto “sociale” (ma esiste ancora?) che, novello lazzaretto astratto, ci mandate i poveri e i diseredati e noi li si dovrà nutrire e riscaldare nei reparti psichiatrici; voi colleghi che non volete più ascoltare il dolore negli studi con l’aria condizionata; voi forze dell’ordine che non volete dividere la criminalità dalla sofferenza psichica.
No, non mi sento affatto protetto…e per tutto questo lo strizzacervelli del servizio pubblico dovrà approntare in venti minuti una risposta efficace per tutto ciò che non è stato affrontato e risolto in vent’anni di…cure.
Conosco quasi tutti i palazzi dei quartieri che con colleghi ed infermieri mi trovo a “presidiare”: ho rapporto anche con i portinai con cui mi alleo e so quante monete ci vogliono per l’ascensore (più spesso i nostri pazienti occupano appartamenti agli ultimi piani di palazzi senz’ascensore, così che il primo intervento si svolge tra lo sbuffare generale, che non è scocciatura, ma dispnea, visto che abbiamo tutti oramai un’età compresa tra i 45 e i 60 anni). Anche questa è deriva sociale.
Conosco il mercatino rionale e le chiese, i viali e le zone decadenti, i negozi e le scuole del distretto sanitario: questi posti sono stati “teatro” di interventi anche spettacolari. Mi è capitato di fare taluni di quegl’interventi ed in emergenza anche nella macchina della Polizia, indimenticabili per me che stavo seduto dietro, e penso che mai più proverò una tale claustrofobia chiuso com’ero all’interno di quel cellulare in miniatura, dove spessi plexiglas separano “i catturati” dagli agenti davanti, auto (pantere?) in cui ci si siede sulla scocca nel posteriore e i finestrini non esistono e si comunica per interfono.
Ma con gli agenti di P.S., che talvolta chiamo “collega” e tra loro ce n’è di veramente bravi, umani e di buon senso, abbiamo anche “preso” persone che volevano volare giù dal sesto piano e siamo arrivati noi per primi.
Ho preso tre pugni, due schiaffi, un calcio (molti sputi sull’impermeabile) ed ho sentito profferire seri dubbi sulla moralità di mia madre (non voglio in questa sede ricordare Bruno, collega ed amico ucciso ad Ercolano).
Inoltre da qualche anno abito nel quartiere dove lavoro e mi sembra di stare in servizio anche quando con mia moglie mi faccio una passeggiata nella UPIM, visto che vi incontro sempre almeno cinque persone che “per lavoro” ho dovuto conoscere: loro sono molto discreti e quasi sempre basta solo un cenno con le sopracciglia per riconoscersi e salutarsi…
Lavoro in quest’ultimo Servizio da 15 anni e ho visto andare via, per altri e più pensionistici lidi, almeno 45 colleghi. E poi in questi quartieri sto invecchiando con i pazienti e con loro arriverò, mi auguro, alla pensione di anzianità, mentre loro già ci hanno quella d’invalidità talvolta con accompagnamento.
Sono andato ai funerali dei miei malati, spesso già anziani, morti per patologie intercorrenti: già perché anche i pazienti psichiatrici si ammalano di cancro e di malattie cardiovascolari e si fanno pure di droga.
Statisticamente posso giurare che all’accettazione del Servizio quasi venti nuovi utenti ogni dieci giorni vengono a chiedere di essere presi in carico: non si tramuteranno tutti in nuovi casi cronici per fortuna, ma è pur sempre una media impressionante, quasi un’epidemia e nessuno ne parla…
Le cause di quest’iperafflusso?
Non ci basterebbero tutti i “Porta a porta” di un anno intero e lo schizococco non è stato ancora isolato.
Ma non meravigliatevi, purtroppo non è una novità, anche nei bei tempi andati v’era grosso disagio, e non era dovuto solo alla cattiveria dell’animo umano se fino al 1978 in Napoli e provincia tra due manicomi civili, due ospedali psichiatrici giudiziari e almeno cinque grosse case di cura, era possibile contare almeno 15.000 ricoverati.
Ma le cause sono soprattutto psicosociali e quindi anche di natura inevitabilmente politica.
So solo che il budget forse è più basso di quello riservato alle malattie allergiche e che le risorse umane spesso sono solo virtuali: anche da questo evinciamo un pregiudizio durissimo a morire, quello della preminenza delle malattie nobili di organi nobili, contrapposte alle ributtanti sofferenze d’un organo come il cervello che senz’altro quando si ammala viene dopo la milza. Anche questa è psichiatria sociale (sic!).
Una richiesta di assistenza psichiatrica così quantitativamente elevata la si rinviene in quei contesti dove la rete sociale non offre più all’uomo coerenti punti di riferimento, ma finisce per escluderlo impedendogli la possibilità di espressione e, soprattutto, negandogli la conservazione e persino l’individuazione della propria identità.
Il territorio dove mi muovo è costituito da zone cosiddette di “transizione”, ad alto livello quindi di disorganizzazione sociale, con regolare e progressiva trasformazione di vaste aree in “periferia”.
La periferia, anche questa, non è un’espressione cartografica o da catasto, ma una categoria del pensiero, un valore\misura del degrado.
Si rinvengono infatti la disorganizzazione delle famiglie, l’elevazione della criminalità giovanile e dei casi di psicosi più spesso schizofrenica, la presenza di immigrati stranieri, lo stato di non proprietà della casa da parte dei residenti, il degrado culturale, l’istruzione raffazzonata e superficialmente di maniera, il crollo degli ideali, la gracilità dell’etica, l’isolamento sociale.
Le fasce deboli sono quelle che più tendono a spostarsi verso le zone disgregate e periferiche della città, visto che inevitabilmente vanno incontro ad un declino del loro status economico-sociale. Ne consegue che, secondo una logica stringente, se in questi quartieri viene diagnosticata una notevole quantità di psicopatologia psicotica, vuole anche dire che i quartieri stessi si trovano in una fase storica di pesante deterioramento, disorganizzazione e sofferenza con presenza di grave difficoltà ambientale e disagio psicologico tra i suoi abitanti.
Queste sono solo ipotesi tuttora al vaglio di studi e ricerche che le confermino e ne reperiscano ancora altre, ma io da semplice psichiatra della strada e delle periferie, non ve le so raccontare tutte e con le belle ed importanti parole d’ordine in voga nelle classi che contano: la sola certezza che ho, se la salute regge, è che continuerò a provarmi a farmi aprire quelle porte, “The doors of perception”* (le porte della percezione).
* libro di Aldous Huxley “ che è stato anche un testo sacro delle giovani generazioni americane degli anni settanta e che narra le esperienze dell’autore sotto l’effetto di una potente sostanza tossicomanigena, la mescalina.
Giovanni (Eva ha fatto sgamare almeno il nome di battesimo se non è uno posticcio) sono anch’io costretto a farti delle scuse (si veda l'articolo "Abuso Psichiatrico" al link http://www.aipsimed.org/?q=node/280 ,N.d.R.) ma non come rappresentante del sistema degli shrink (strizzacervelli), bensì come rappresentante del genere umano che vuole ritenersi civile e che questi episodi li deve con rabbia stigmatizzare acchè non accadano mai più, oltre che per tenere sempre viva la speranza che almeno qualcuno s’indigni ancora nel vedere uomini che operino violenza su un loro simile né più né meno come avveniva all’interno delle mura maestre del manicomio.
Ciò contritamente premesso, dovremo anche legger dietro gli episodi pur gravissimi.
Ciò che aleggia dietro interventi urgenti operando sulle emergenze è, spesso, un non detto che, quale un convitato di pietra, vi presenzia e comunque aleggia: ed è la paura.
Innanzitutto quella relativa al compito.
Riuscirò io che pure faccio turni e guardie dal 1981 e non si vede la fine ad esser utile ed efficace nel portare quanto meno soccorso in una problematica così conflittuale e ad una persona il cui disagio affonda le sue radici in un humus di cui solo San Pio è a conoscenza al di là delle teorizzazioni e delle ideologie più o meno alla moda in voga nei vari periodi che ho attraversato?
Malgrado tutto l’esperienza non mi conforta affatto e l’empirismo in quei pericolosi frangenti è una parola assai vuota di senso e tale che, anche oggi a 52 anni suonati, mi reputo inesperto e vieppiù mi sento preso dai turchi laddove non opero a Stoccolma o in un asettico luogo preposto ed attrezzato per affrontare la crisi. Attenzione sto parlando di me e queste considerazioni potete pure non esportarle od attribuirvele per niente.
Spesso sbuffando (è anche dispnea), vista l’età dei collaboratori infermieri\infermiere, si sale al quinto piano di un palazzo invariabilemte senza ascensore, e quei poveri madonna, come me, come il paziente, come i suoi familiari, come i vigili urbani del pronto intervento e quei tanto vituperati “mastogiorgi” per i quali oggi qualche lancia in favore dovrò pur spezzare, non devono solo appoggiare il fagiolo sotto l’orecchio per un intervento dell’otorinolaringoiatra, ma
1: salvare la vita al paziente;
2: sedargli la dolorosissima angoscia;
3: tentare di capirci qualcosa in una situazione tanto intricata;
4: non andare in galera sotto il giudizio di qualche magistrato d’assalto;
5: primum non nocere;
6: porre le basi per un contatto e rapporto futuro;
6: non cronicizzare;
7: non fare iniziare una carriera da ammalato all’oggetto dell’intervento;
8: pensare ai figli a casa visto che una persona affetta da grave disagio psicologico molto spesso non è in grado di controllare non solo i suoi pensieri, ma anche i suoi agiti
Questi sono i primi numeri di una classifica di operazioni che giocano un ruolo nel corso di un intervento urgente ed in emergenza, ma se ne accettano altri che chiunque viva queste realtà potrà facilmente aggiungere e da se stesso.
Senza contare che in quel frangente, ma anche in quel confuso trambusto, ognuno di noi sa che deve esser delicato e contattare la persona che ci sta davanti con estremo…tatto.
Insomma Giovanni perdonaci ancora e non so se potrai mai farlo appieno, io certamente no. Tuttavia facciamo riflessioni ad alta voce su determinati accadimenti non per giustificarli, ma per “cum e praenderli”, comprenderli, altrimenti se trattatavasi solo di acting out messi in atto paradossalmente in modo violento per portare…soccorso, io, Spatuzzi, non potrò fare altro che dimettermi non solo dalla psichiatria, ma dal genere umano.
Oltre a tutto mi mancano molti elementi, Giovanni, per poter accettare persino che la cosa sia andata proprio in quella maniera disgraziata.
Buona fortuna a te e a tutti.
Enzo Spatuzzi
Questo può esser valido anche per situazioni persino deplorevoli, ma da porre in pratica tassativamente come l’infibulazione (pratica estremamente diffusa tra le popolazioni dell’Africa orientale e della Birmania che consta di una cicatrizzazione, successiva a taglio intorno alle grandi labbra che finisce per restringere l’ostio vulvare, il tutto sembrerebbe finalizzato ad impedire alle ragazze rapporti sessuali prematrimoniali) o la circoncisione (questa è invece una mutilazione sessuale maschile consistente nell’escissione totale o parziale del prepuzio).
Ma anche in questo caso è assai utile tentare assieme di sceverare, anche sotto un profilo sanitario, le motivazioni profonde che stanno dietro a tali pratiche che, sennò, sarebbero viste solo come crudeli e violente.
Ad esempio importante ed utile per la comprensione, magari non per l’accettazione, è la considerazione che in etno-antropologia il concetto di igiene individuale e sociale e, quindi, la pratica della prevenzione delle malattie, viene scarsamente preso in considerazione.
Ed effettivamente l’impatto forte di questa purificante pratica igienico-sanitaria è piuttosto recente, altrimenti come fare a condividere le parole che sono state attribuite all’imperatore Napoleone Buonaparte, il quale di ritorno da ogni campagna militare generalmente vittoriosa, pare che inviasse alla fortunata donna del momento una missiva del seguente tenore: “Ne te lave pas, je vien”, il tutto finalizzato a ben altre vittorie amorose…?
Ma il liquido lubrificante maschile allocato nel prepuzio, denominato smegma, è stato riconosciuto essere spesso portatore di virus ed è ritenuto persino cancerogeno per la donna: più spesso viene ritenuto il maggior responsabile del cancro della cervice e non tanto di quello del corpo dell’utero.
Invece il tumore maligno del corpo di quell’utero è statisticamente di maggiore appannaggio a donne con pochi o senza figli, non coniugate e di suore, contrariamente a quello della cervice che è stato rinvenuto più frequentemente nella popolazione femminile che ha avuto rapporti sessuali in età assai giovanile e con molteplici partners.
Se il corpo dell’utero ha una funzione quasi progestinica, in qualche modo con funzione di incubatrice, la cervice, oltre ad essere la porta di entrata e il gran ciambellano dell’itto penieno, è da porsi invece maggiormente in relazione con la funzione del piacere.
Lascio ad altri il compito di trarre conclusioni rispetto a questa modesta riflessione che consiste nel “disinvestimento” per un organo, quale il corpo dell’utero, inutilizzato ed inutilizzabile e, quindi, da ritenersi vuoto di significato; mentre l’irrequietezza, anche sessuale, di chi giovanissima cambia partners come calzini può, assieme ad altre motivazioni altrettanto efficaci, essere interpretata come non eccessiva soddisfazione ricavata da nessuno di quei rapporti, conseguendone inevitabile necessità di “disimpegnarsi” da quell’organo più coinvolto per il piacere maturo, e così la donna, attribuendo a sé stessa tutte le cause di non godimento, potrebbe mettere in atto anch’essa una grave…automutilazione di tipo psicosomatico.
Se queste possono sembrare interpretazioni alquanto fantasiose, pur tuttavia se qualcuno anche in passato deve averci pensato, tanto fantastiche non devono esser sembrate.
Tutti i confidenti e i delatori che riuscivo a contattare, all’inizio parlavano a briglia sciolta provando anche un gusto perverso a dipingerlo ognuno a suo modo. Poi, improvvisamente diventavano meno precisi, più sospettosi, rallentavano la loro deposizione, finché non tacevano ed era quasi impossibile farli continuare. A questo punto me li lavoravo ai fianchi secondo il mio costume e con i mezzi dettatimi dall’intuito del momento: li seducevo con promesse o li facevo parlare senza volere, li pestavo a sangue oppure li corrompevo.
Ne ottenevo soltanto una data: 28 marzo 1955, domenica. Null’altro.
A questo punto potevo strappar loro la pelle di dosso, ma non avrebbero aperto bocca.
Persino a Napoli, roccaforte del suo potere e centrale operativa di tutti i suoi traffici, nei budelli di Stella, persone cui ho promesso di tener celata l’identità, arrivavano a definirlo “guappo”.
Un “guappo” con notevoli protezioni ottenute con anni di arruffianamenti e violenze.
Ovviamente operava delle “guapperie”, ma non così, per il gusto di farle in preda all’emotività di guappo ferito oppure fanfarone, ma delle guapperie, per così dire, mirate, con una logica e per raggiungere certi scopi.
Perfino a Napoli dicevo, arrivavano a dirmi queste cose, ma poi come a Parigi ed Amsterdam, Amburgo e New York, Londra e Istambul, finivano col tacere; e dietro le mie…ehm…”sollecitazioni”, concludevano con la fatidica data: 28 marzo 1955, domenica. E basta!
Malgrado ciò Love mi piaceva.
Forse invidiavo questo suo viaggiare da “beatnik on the road” a cavallo di una fiammante Moditen Depot Spitfire modello vecchio, come un pirata alla ricerca dell’arricchimento.
Era, d’altra parte, capace anche di gesti quasi nobili, come quello di prestare denaro senza interessi a chi gli piaceva. Tra l’altro sapeva come ci si doveva sentire a stare senza un quattrino: non era nato ricco Love.
Aveva dovuto anzi imparare a cavarsela senza soldi. Semmai avevano pizzicato il già da allora compagno di scorribande, il succitato John Di Stefano, il quale ci faceva la figura del pollo e che Vince si era dovuto svezzare per renderlo, per così dire, competitivo in quella gara a guardie e ladri. C’è da aggiungere che lo stesso Di Stefano ricorda di avergli sentito pronunciare quella data, ma non sa riferire a che proposito.
19.50. Sta quasi smettendo di piovere. Cadono solo dei finissimi fili d’acqua che però ti entrano anche nelle ossa. Rari autisti mi guardano mentre rallentano per un attimoprima di svoltare al crocevia. Vedono un uomo solo, bagnato. Che fissa un punto tra le sbarre di un cancello e che forse…pensa.
Quando Vince Love veniva pizzicato mentre o viaggiava clandestinamente oppure si dedicava, all’inizio da manovale, poi da professionista autonomo a quella remuneratissima attività d’accattone, si faceva passare per matto, dando magari in escandescenze e facendo quello che poi lo caratterizzerà, cioè le capriole.
Tant’è vero che da allora gli fu appioppato un nomignolo: Vicienz’ sott’ e ‘coppa.
Soprannome che da Napoli fece il giro del mondo.
Addirittura si fece rilasciare un attestato che sanciva il suo stato di folle, con tanto di firma e foto sopra.
Già, perché uno dei suoi pallini era quello di giocare a fare il matto.
e a tutti i giovanni, marii, moniche, laure, giuseppi, salvatori, patrizie che ci passano accanto senza essere visti (consentimi di darti del “tu” e del “caro”), mi chiamo Enzo Spatuzzi e sono le 1.18, un po’ tardi, quando mi accingo a rispondere alle tue due righe pesantissime, quindi abbi pazienza se sarò poco chiaro.
Ho molto rispetto per i ragazzi come te, anche perché ritengo che voi di oggi siate nella stragrande maggioranza dei casi assai migliori di ciò che ero io quando avevo la vostra età
Per questo ti parlerò da uomo a uomo.
Tu dici che noi adulti, noi genitori, non vi capiamo ed io confermo tutto.
Ho un figlio della tua stessa età e, devo dire, non lo capivo quando aveva 5 anni, non lo capivo a 10, non lo comprendo oggi che di anni ne ha 15 o 52.
Perché questo strano fenomeno che mi fa passare per un perfetto imbecille?
Ebbene ti risponderò con una metafora, un esempio, spero chiarificatore.
Credo che anche tu pratichi uno sport, ebbene, non ti capita, caro Vincenzo, che quando sei in allenamento fai degli incontri di Dio, mentre quando sei in gara rendi meno della metà di quanto vali?
Perché succede questo?
Credo che avvenga per la paura della competizione, per l’ansia da prestazione, ma anche per la paura del giudizio, innanzitutto di quello di te stesso, poi di quello del maestro, del pubblico ecc.
Questo vale anche per noi adulti, soprattutto quando diventiamo genitori.
Comprendere un ragazzo, una ragazza, un figlio, non è solo un’attività mentale, ma coinvolge anche altre parti psichiche: l’affetto, i sentimenti, le emozioni, le nostre paure, insicurezze, i sensi d’inadeguatezza che ci portiamo appresso, come pure l’immaturità che può esserci ancora in chi ha una certa età. Queste “interferenze” finiscono per determinare l’insano paradosso per cui nel rapporto con un figlio noi “vecchi” finiamo per dare la parte peggiore di noi stessi.
E’ come se partissimo per fargli una carezza e questa quando arriva al suo volto si trasforma in un “pacchero”, un ceffone involontario, persino non voluto.
Non so se sono riuscito a rendere l’idea o, almeno, questo è ciò che capita a me, ma, forse, un po’ a tutti quelli che si trovano a fare i padri e le madri (chissà se un giorno tuo figlio non penserà la stessa cosa anche di te).
Forse il mio non è un ragionamento logico, ma molto emotivo, però apprezza almeno la sincerità di chi si prova a dare (e a darsi) una spiegazione sul perché tutto ad un tratto una persona generalmente ritenuta di intelligenza media, si ritrova ad esser, a giusta ragione, considerato un cretino.
Con affetto e stima.
………………Ora basta Spatuzzi… smettila di rivolgerti a te stesso come se fossi ancora un bambino! enzo spatuzzi
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